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Libertà va cercando

Sabato scorso a Domagnano –  RSM, si è svolta una conferenza sui temi del fine vita intitolata “Libertà va cercando”.
I relatori sono stati:

Gli interventi di Mario Riccio mi sono parsi molto interessanti, chiari e logici. Mi sono trovato sulla stessa linea in tutto.

Invece gli interventi della Antonietta Cargnel, mi sono parsi dei penosi tentativi di arrampicarsi sugli specchi pur di non accettare il semplice principio di autodeterminazione del paziente come inviolabile  e cogente in ogni momento della propria malattia.
La Dottoressa, evidentemente ispirata dalla sua fede Cristiana, ha riconosciuto il diritto del paziente alla decisione di sospendere le cure ed altre pratiche del genere annesse e connesse, ma ha fatto il possibile e l’impossibile per negare di fatto al paziente il diritto di ottenere la morte, sia tramite omicidio assistito che con l’eutanasia vera e propria.

Tra l’altro alla dottoressa contesto:

  1. Di sostenere che “la vita è un dono di Dio e quindi non abbiamo il diritto di disporne a nostro piacimento”. Questo è l’argomento su cui si basano principalmente i cosiddetti “pro vita”
    – Che la vita sia un dono di Dio è tutto da dimostrare; è addirittura da dimostrare la stessa esistenza di un Dio con le caratteristiche attribuitegli dalla Chiesa e dai credenti. In ogni caso questa convinzione dovrebbe riguardare i credenti e mai imposta a chi non crede o crede diversamente.
    – Nell’affermazione “la vita è un dono, quindi non possiamo disporne a nostro piacimento”, mi pare ci sia un evidente contraddizione: infatti con i doni noi ci sentiamo in diritto di fare e disfare come ci pare senza dover rendere alcun conto al donatore o ad altri; altrimenti usiamo termini diversi come, prestito, comodato d’uso o altro.
    – La dottoressa ha anche prospettato una sanità ed una società ideale, del tutto incompatibile e stridente con la realtà, nella quale il paziente avrebbe un dialogo continuo e alla pari con il medico, pronto ad ascoltare ogni sua esigenza o problematica, come un amico ecc. in una “alleanza” tra medico e paziente.
    Questo mi sembra utopia pura. La realtà è diametralmente opposta.
    Infatti, nella mia quasi trentennale esperienza come paziente sia in oncologia che in altri reparti “da non consigliare” posso affermare che:
    a) le attese sono spesso lunghe e scomode, specialmente per chi è in condizioni fisiche precarie,
    b) i medici hanno tanto da fare e non possono stare ad ascoltare anche i risvolti e le problematiche della vita quotidiana dei pazienti; in genere è già molto se hanno tempo per ascoltare tutto quello che riguarda la malattia stessa.
    c) non è colpa dei medici se non hanno tempo e non possono impelagarsi nelle problematiche quotidiane del paziente che deve convivere con gravi patologie: devono affrontare emergenze di ogni genere, hanno troppi pazienti da visitare, ecc.
    d) il paziente stesso si rende conto che il medico ha tante altre visite da fare e, pertanto, cerca di non dilungarsi oltre lo stretto necessario. Non pochi si sentono addirittura in dovere di non dire tutto sulla propria malattia, sia per pudore che per non togliere tempo ai medici.

Chi ha vissuto o vive in prima persona o attraverso familiari situazioni estreme a causa di malattie devastanti, sa cosa significhi avere una possibile via di uscita da situazioni insostenibili e che attualmente non hanno possibilità di guarigione.

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Il concetto di vita

Fino a pochi decenni fa si riteneva comunemente che la vita fosse chiaramente suddivisa in tre stadi: umana, animale e vegetale.  Nonostante gli studi di Darwin sull’evoluzione delle specie, generalmente si pensava che tra uno stadio ed un altro ci fosse un salto netto e radicale. L’egocentrismo e la megalomania umana sono dure a morire.
Gli studi degli ultimi tempi, soprattutto quelli naturalistici, hanno aperto nuove ed importanti prospettive e visioni della realtà.

Sono stati documentati innumerevoli casi di comportamenti intelligenti degli animali e, ultimamente, anche delle piante e si hanno continuamente nuove conferme del fatto che ogni specie vivente, relativamente al proprio tipo di esigenze vitali, agisce in modi che considereremmo intelligenti in un essere umano.
Le scienze e le pratiche mediche degli ultimi decenni ci hanno mostrato che gli organi vitali umani e di animali possono essere conservati “in vita” indefinitamente e lo stesso vale per gli esseri umani.

I recenti sviluppi in ambito della biogenetica stanno aprendo orizzonti impensati che mettono in crisi aspetti fondamentali delle concezioni precedenti sui limiti e le caratteristiche della vita.
Di fronte a tutto questo si impone un ripensamento del concetto di vita stesso.
Tutti i giorni abbiamo a che fare con strumenti elettrici di ogni tipo, dai frigoriferi ai computer.
Sappiamo bene che questi funzionano solo se sono integri nei loro componenti essenziali e se sono accesi e collegati alla rete elettrica. Quando li spegniamo o si guastano alla rete elettrica non succede nulla e gli stessi apparecchi tornano a funzionare appena risolto il problema.

Agli esseri viventi succede qualcosa di analogo: se non hanno danni che ne compromettano le funzioni vitali manifestano normali segni di vita; altrimenti li consideriamo morti. Ma la vita, che ragionevolmente, alla luce delle recenti conoscenze scientifiche, possiamo considerare o ipotizzare intrinseca alla materia, non viene intaccata o, tantomeno, muore.

Siamo ben lontani quindi dal concetto di un qualche Dio che, ad ogni concepimento, intervenga per immettere il seme della vita. E siamo altrettanto lontani dalla convinzione che la vita singola vita sia “un dono di Dio” per cui l’uomo non avrebbe il diritto di toglierla o modificarla. Del resto, anche ammesso e non concesso che la vita singola sia un dono di Dio, normalmente di un dono ci sentiamo liberi di fare e disfare a nostro piacimento.
Anche le recenti scoperte in astronomia e le ricerche nel mondo subatomico, ci costringono a una visione diversa e grandiosa della realtà, impensabile solo un secolo fa, per cui, anche supponendo un eventuale Entità Superiore a tutto l’Universo conosciuto e a quello, certamente molto più vasto e meraviglioso che non conosciamo ancora, dobbiamo ritenere che tale Essere sia ben più di tutto questo.
Al tempo della nascita delle principali religioni, gli uomini concepivano le divinità poco più di una spanna superiori ai migliori esseri umani e anche anche l’osservazione astronomica non poteva spingersi molto oltre alla Terra.
Oggi il concetto di un eventuale divinità va riveduto radicalmente con tutti gli adeguamenti del caso. Possiamo ritenere pertanto che un eventuale Entità Superiore a tutto “il creato”, sia ben oltre le nostre vicende umane, granelli di sabbia in granelli di sabbia nell’insondata vastità dell’Universo. Se si suppone un intervento divino sulla realtà, sarebbe più logico immaginarlo, una volta per tutte, all’origine nelle regole stesse del “creato” senza ulteriori interventi ad ogni stormire di foglia; un comportamento diverso non sarebbe all’altezza di una divinità trascendente, creatrice e superiore a tutta la realtà.

Quindi, in relazione alle scelte di inizio o fine vita, ritengo che debba essere superato il concetto della vita dei singoli individui come “dono di Dio” secondo cui spetterebbe a Lui e solo a Lui ogni decisione in merito, lasciando così a ciascuno il diritto e il dovere della scelta del proprio destino.


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Ecco una interessante conferenza nella quale lo scienziato Stefano Mancuso espone gli studi sull’intelligenza delle piante:

 

Mentre Irene Giaceva Morente. Si può superare l’angoscia di morire?

In una clinica Irene stava morendo – ahimè, troppo lentamente! –di un cancro al retto che era stato recidivo due anni dopo una operazione importante e dei trattamenti ai raggi X. Il male si era adesso propagato a tal punto da non essere più operabile. Il fegato e le ossa erano stati colpiti. Non c’era più niente da fare, se non tentare di alleviare le sue sofferenze. Ma, malgrado le forti dosi di sonniferi e di sedativi, continuava ad essere nervosa e a lamentarsi quando era sveglia, e gemeva e si agitava durante il sonno provocato dagli ipnotici. Sua sorella e il medico curante si domandarono se non potevano fare di più per aiutarla durante il processo angoscioso. L’ L.S.D. fu suggerito con qualche esitazione, poiché non era stato somministrato fino ad allora che ad una sola persona in un caso simile. Il medico sperava che la droga avrebbe potuto – almeno per alcune ore – allontanare i pensieri di Irene da se stessa e dalla prospettiva della morte. Se fosse stato possibile elevare il suo pensiero cosciente al di là di se stessa, forse si sarebbe convinta che la sua prossima scomparsa non doveva essere causa di terrore. Col consenso della famiglia, venne somministrata una leggera dose unica di LSD ; Irene allora cominciò a parlare, e il suo medico annotò dettagliatamente.

Ecco più o meno parola per parola, ciò che Irene pronunciò con calma sotto l’influenza dell’LSD.

“La mia scomparsa adesso, non ha più importanza, neanche per me. Non è che un episodio dell’alternanza dell’esistenza e della non-esistenza. Io non vedo nessuna relazione con la religione e con quello che si dice della morte. Suppongo di essere distaccata – questa è la parola – liberata da me stessa, dalle mie sofferenze e dalla mia disintegrazione. Posso morire con calma, in questo istante, se così deve essere. Non chiamo la morte, né la respingo. Sì, vedo ciò che avete fatto. Avete estirpato il mio IO. E’ un approccio alla morte, una preparazione al grande incontro, quando il NON-IO sarà più permanente. C’è ancora qualcosa. Per una volta, posso vedere l’ordine nel disordine. Ciò che assomiglia ad un caos, ad una confusione, non è che la vasta complessità del tutto, dei movimenti che si intrecciano gli uni negli altri. Per me che vi parlo, l’dea che la vita è priva di senso, la teoria secondo cui tutto è casuale è un non-senso”.

“Sto morendo, me ne rendo perfettamente conto. Ben presto gli ingranaggi della mia mente si fermeranno, poiché gli ingranaggi complicati del corpo non riusciranno più a sopportarli. Tutto si sfascerà in un cumulo di molecole tra gli scarti da cui sarà tirata una nuova matrice. La nuova non avrà nessun punto in comune con me. Bisogna che accetti e ammetta questa possibilità dell’estinzione totale in quanto essere umano”.

L’uomo è probabilmente la sola specie animale che venga presa dall’angoscia all’idea della sua scomparsa, poiché l’uomo soltanto ha la facoltà di riflettere su se stesso. E’ il solo essere capace di concepire l’avvenire e a considerarsi una creatura distinta dalla natura. Noi siamo nati in un mondo senza ego. Ma viviamo e moriamo prigionieri di noi stessi. Questa coscienza di sé – senza la fede capace di donargli un senso – può suscitare una paura insopportabile della morte. Freud diceva che nessuno può realmente concepire il suo proprio annientamento. Ed è così che la paura di morire costituisce, in molti casi, l’ultima sofferenza.

Nel caso di Irene, speravamo che un po’ di questa fantastica droga che è LSD le avrebbe permesso di affrontare le sue sofferenze e la prossima fine. Volevamo provocare un breve e lucido intervallo di assenza del suo ego per farle accettare l’idea che l’integrità fisica non è assolutamente necessaria e che forse, c’è qualche cosa “al di là”. Attraverso questo processo, noi speravamo che avrebbe potuto sopportare le sue sofferenze e la sua angoscia: sembrava proprio che questo scopo fosse stato raggiunto.

La morte deve umanizzarsi. Conservare la dignità nella morte per coloro che stanno morendo, è uno dei più grandi problemi della medicina moderna. Le sofferenze continue, violente, profonde non lasciano intatte neanche le personalità più forti. Quando il malato sa che solo la morte metterà fine alla sua sofferenza, questa si identifica con la morte e diventa in proporzione più difficile da placare.

Per alleviare il terrore, lottare contro la depressione e diminuire le sofferenze, sono stai utilizzati sin dai tempi preistorici dei narcotici. L’oppio è stato rimpiazzato dalla morfina e da altri derivati, così come da nuovi prodotti chimici sintetici. Tutti questi medicamenti diminuiscono le sofferenze, permettono al malato di dormire e possono risollevargli il morale. Per coloro la cui morte è vicina, il pericolo di assuefazione è irrilevante.

Uno studio del Dr Eric Kast, di Chicago, indica che LSD supera di gran lunga gli altri narcotici per quanto riguarda l’efficacia e la durata dell’azione nell’alleviamento del dolore.

Anche altre ricerche confermano questa constatazione. Sembrerebbe che l’LSD non agisca sulla parte del cervello che riceve gli impulsi del dolore, ma alteri il significato della sofferenza, e, di conseguenza, la diminuisca. E’ ciò che è successo a Irene. Assorta in pensieri e sentimenti che andavano al di là di se stessa, era indifferente alla sofferenza, che era stata la sua preoccupazione principale della sua esistenza cosciente da diversi mesi, e che ora aveva perso il suo significato.

Nel corso della lunga giornata del suo trattamento con l’LSD, delle infermiere entrarono due volte nella camera per ricordare che la puntura destinata ad alleviare le sue sofferenze non era stata fatta.

Riprese a parlare solo verso la fine del pomeriggio.

“Quando morirò, non ci si ricorderà a lungo di me; non lascio molti amici, e quasi nessun parente.

Non ho fatto molte cose, niente bambini, niente. Ma va bene così”.

“Ecco che ricomincia. Sembra che vada e venga, ma non è più come prima”.

– L’importante è ricordarsi, dice il medico.

– Sì, oh sì, ma mi ricorderò di tutto?

– Vi ricorderete di molte cose, ed ho qui alcuni appunti che potremo rivedere per aiutarvi a farvi rammentare il resto, rispose.

Il giorno dopo i suoi lineamenti erano di nuovo profondamente tirati. Ma nuotava ancora in una atmosfera di calma.

“Il dolore è ritornato, ma credo di poter adattarmi. Che giornata è stata ieri! Una specie di giorno di festa per me”.

Durante le tre settimane seguenti, Irene fu sensibilmente più distesa. C’era un aura di calma intorno a lei. Ebbe ancora bisogno di calmanti di tanto in tanto. Poi morì.