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Immigrati – Strategia di Papa Bergoglio

Non posso credere che tanti giovani, anche istruiti, dotati di cellulari e con grandi pretese siano dei semplici poveracci in fuga da guerre o fame…

Qualcuno sta muovendo le pedine nell’ombra per i propri interessi.

Cercherei quindi tra chi potrebbe trarre vantaggi da tutto questo.
Il Papa attuale, fin dagli inizi del suo pontificato non ha mancato occasione per caldeggiare l’accoglienza verso gli immigrati pur facendo poco o nulla con la sua ricchissima Chiesa….
Man mano mi è cresciuta la convinzione che ci fosse una qualche strategia che giustificasse questo martellamento costante ma non avevo le idee chiare in merito.

Dopo la calorosa ed affettuosa accoglienza in Vaticano del despota turco Erdogan, mi si sono schiarite le idee: il Papa, da buon gesuita scaltro e lungimirante, sta portando avanti nell’ombra il progetto di coalizzare le religioni, specialmente il Cristianesimo e l’Islam, per combattere tutto quello che potrebbe essere riassunto con “temi eticamente sensibili” come, ad es. la legge sull’aborto, sulle unioni civili, la legge sul Testamento biologico, il riconoscimento del diritto del malato terminale all’autodeterminazione, la laicità delle istituzioni, ecc.
Ma metterei come principali preoccupazioni Vaticane le nuove tecnologie microbiologiche, le scienze naturalistiche e le continue meravigliose scoperte in campo astronomico che stanno minando alla radice alcuni capisaldi del Cristianesimo come, ad es. la dottrina del Peccato Originale, la sua trasmissione e, ancor di più, il concetto stesso di vita, di intelligenza ed anima umana.

Supponendo valida questa analisi, mi pare evidente che il modo più facile e veloce per attuare la strategia sia organizzare o far organizzare una invasione dell’Europa di giovani credenti non disposti ad integrarsi o ad accettare le istituzioni e le regole dei paesi ospitanti.

A questo punto devo persino concordare con l’opposizione di alcuni paesi europei a questo tipo di accoglienza.
Purtroppo, i politici, la stampa, gran parte dell’opinione pubblica italiana sono stesi a tappeto ai piedi del Vaticano, pronti ad assecondare e a glorificare ogni alito di Papa Bergoglio.

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Il concetto di vita

Fino a pochi decenni fa si riteneva comunemente che la vita fosse chiaramente suddivisa in tre stadi: umana, animale e vegetale.  Nonostante gli studi di Darwin sull’evoluzione delle specie, generalmente si pensava che tra uno stadio ed un altro ci fosse un salto netto e radicale. L’egocentrismo e la megalomania umana sono dure a morire.
Gli studi degli ultimi tempi, soprattutto quelli naturalistici, hanno aperto nuove ed importanti prospettive e visioni della realtà.

Sono stati documentati innumerevoli casi di comportamenti intelligenti degli animali e, ultimamente, anche delle piante e si hanno continuamente nuove conferme del fatto che ogni specie vivente, relativamente al proprio tipo di esigenze vitali, agisce in modi che considereremmo intelligenti in un essere umano.
Le scienze e le pratiche mediche degli ultimi decenni ci hanno mostrato che gli organi vitali umani e di animali possono essere conservati “in vita” indefinitamente e lo stesso vale per gli esseri umani.

I recenti sviluppi in ambito della biogenetica stanno aprendo orizzonti impensati che mettono in crisi aspetti fondamentali delle concezioni precedenti sui limiti e le caratteristiche della vita.
Di fronte a tutto questo si impone un ripensamento del concetto di vita stesso.
Tutti i giorni abbiamo a che fare con strumenti elettrici di ogni tipo, dai frigoriferi ai computer.
Sappiamo bene che questi funzionano solo se sono integri nei loro componenti essenziali e se sono accesi e collegati alla rete elettrica. Quando li spegniamo o si guastano alla rete elettrica non succede nulla e gli stessi apparecchi tornano a funzionare appena risolto il problema.

Agli esseri viventi succede qualcosa di analogo: se non hanno danni che ne compromettano le funzioni vitali manifestano normali segni di vita; altrimenti li consideriamo morti. Ma la vita, che ragionevolmente, alla luce delle recenti conoscenze scientifiche, possiamo considerare o ipotizzare intrinseca alla materia, non viene intaccata o, tantomeno, muore.

Siamo ben lontani quindi dal concetto di un qualche Dio che, ad ogni concepimento, intervenga per immettere il seme della vita. E siamo altrettanto lontani dalla convinzione che la vita singola vita sia “un dono di Dio” per cui l’uomo non avrebbe il diritto di toglierla o modificarla. Del resto, anche ammesso e non concesso che la vita singola sia un dono di Dio, normalmente di un dono ci sentiamo liberi di fare e disfare a nostro piacimento.
Anche le recenti scoperte in astronomia e le ricerche nel mondo subatomico, ci costringono a una visione diversa e grandiosa della realtà, impensabile solo un secolo fa, per cui, anche supponendo un eventuale Entità Superiore a tutto l’Universo conosciuto e a quello, certamente molto più vasto e meraviglioso che non conosciamo ancora, dobbiamo ritenere che tale Essere sia ben più di tutto questo.
Al tempo della nascita delle principali religioni, gli uomini concepivano le divinità poco più di una spanna superiori ai migliori esseri umani e anche anche l’osservazione astronomica non poteva spingersi molto oltre alla Terra.
Oggi il concetto di un eventuale divinità va riveduto radicalmente con tutti gli adeguamenti del caso. Possiamo ritenere pertanto che un eventuale Entità Superiore a tutto “il creato”, sia ben oltre le nostre vicende umane, granelli di sabbia in granelli di sabbia nell’insondata vastità dell’Universo. Se si suppone un intervento divino sulla realtà, sarebbe più logico immaginarlo, una volta per tutte, all’origine nelle regole stesse del “creato” senza ulteriori interventi ad ogni stormire di foglia; un comportamento diverso non sarebbe all’altezza di una divinità trascendente, creatrice e superiore a tutta la realtà.

Quindi, in relazione alle scelte di inizio o fine vita, ritengo che debba essere superato il concetto della vita dei singoli individui come “dono di Dio” secondo cui spetterebbe a Lui e solo a Lui ogni decisione in merito, lasciando così a ciascuno il diritto e il dovere della scelta del proprio destino.


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Ecco una interessante conferenza nella quale lo scienziato Stefano Mancuso espone gli studi sull’intelligenza delle piante:

 

Mentre Irene Giaceva Morente. Si può superare l’angoscia di morire?

In una clinica Irene stava morendo – ahimè, troppo lentamente! –di un cancro al retto che era stato recidivo due anni dopo una operazione importante e dei trattamenti ai raggi X. Il male si era adesso propagato a tal punto da non essere più operabile. Il fegato e le ossa erano stati colpiti. Non c’era più niente da fare, se non tentare di alleviare le sue sofferenze. Ma, malgrado le forti dosi di sonniferi e di sedativi, continuava ad essere nervosa e a lamentarsi quando era sveglia, e gemeva e si agitava durante il sonno provocato dagli ipnotici. Sua sorella e il medico curante si domandarono se non potevano fare di più per aiutarla durante il processo angoscioso. L’ L.S.D. fu suggerito con qualche esitazione, poiché non era stato somministrato fino ad allora che ad una sola persona in un caso simile. Il medico sperava che la droga avrebbe potuto – almeno per alcune ore – allontanare i pensieri di Irene da se stessa e dalla prospettiva della morte. Se fosse stato possibile elevare il suo pensiero cosciente al di là di se stessa, forse si sarebbe convinta che la sua prossima scomparsa non doveva essere causa di terrore. Col consenso della famiglia, venne somministrata una leggera dose unica di LSD ; Irene allora cominciò a parlare, e il suo medico annotò dettagliatamente.

Ecco più o meno parola per parola, ciò che Irene pronunciò con calma sotto l’influenza dell’LSD.

“La mia scomparsa adesso, non ha più importanza, neanche per me. Non è che un episodio dell’alternanza dell’esistenza e della non-esistenza. Io non vedo nessuna relazione con la religione e con quello che si dice della morte. Suppongo di essere distaccata – questa è la parola – liberata da me stessa, dalle mie sofferenze e dalla mia disintegrazione. Posso morire con calma, in questo istante, se così deve essere. Non chiamo la morte, né la respingo. Sì, vedo ciò che avete fatto. Avete estirpato il mio IO. E’ un approccio alla morte, una preparazione al grande incontro, quando il NON-IO sarà più permanente. C’è ancora qualcosa. Per una volta, posso vedere l’ordine nel disordine. Ciò che assomiglia ad un caos, ad una confusione, non è che la vasta complessità del tutto, dei movimenti che si intrecciano gli uni negli altri. Per me che vi parlo, l’dea che la vita è priva di senso, la teoria secondo cui tutto è casuale è un non-senso”.

“Sto morendo, me ne rendo perfettamente conto. Ben presto gli ingranaggi della mia mente si fermeranno, poiché gli ingranaggi complicati del corpo non riusciranno più a sopportarli. Tutto si sfascerà in un cumulo di molecole tra gli scarti da cui sarà tirata una nuova matrice. La nuova non avrà nessun punto in comune con me. Bisogna che accetti e ammetta questa possibilità dell’estinzione totale in quanto essere umano”.

L’uomo è probabilmente la sola specie animale che venga presa dall’angoscia all’idea della sua scomparsa, poiché l’uomo soltanto ha la facoltà di riflettere su se stesso. E’ il solo essere capace di concepire l’avvenire e a considerarsi una creatura distinta dalla natura. Noi siamo nati in un mondo senza ego. Ma viviamo e moriamo prigionieri di noi stessi. Questa coscienza di sé – senza la fede capace di donargli un senso – può suscitare una paura insopportabile della morte. Freud diceva che nessuno può realmente concepire il suo proprio annientamento. Ed è così che la paura di morire costituisce, in molti casi, l’ultima sofferenza.

Nel caso di Irene, speravamo che un po’ di questa fantastica droga che è LSD le avrebbe permesso di affrontare le sue sofferenze e la prossima fine. Volevamo provocare un breve e lucido intervallo di assenza del suo ego per farle accettare l’idea che l’integrità fisica non è assolutamente necessaria e che forse, c’è qualche cosa “al di là”. Attraverso questo processo, noi speravamo che avrebbe potuto sopportare le sue sofferenze e la sua angoscia: sembrava proprio che questo scopo fosse stato raggiunto.

La morte deve umanizzarsi. Conservare la dignità nella morte per coloro che stanno morendo, è uno dei più grandi problemi della medicina moderna. Le sofferenze continue, violente, profonde non lasciano intatte neanche le personalità più forti. Quando il malato sa che solo la morte metterà fine alla sua sofferenza, questa si identifica con la morte e diventa in proporzione più difficile da placare.

Per alleviare il terrore, lottare contro la depressione e diminuire le sofferenze, sono stai utilizzati sin dai tempi preistorici dei narcotici. L’oppio è stato rimpiazzato dalla morfina e da altri derivati, così come da nuovi prodotti chimici sintetici. Tutti questi medicamenti diminuiscono le sofferenze, permettono al malato di dormire e possono risollevargli il morale. Per coloro la cui morte è vicina, il pericolo di assuefazione è irrilevante.

Uno studio del Dr Eric Kast, di Chicago, indica che LSD supera di gran lunga gli altri narcotici per quanto riguarda l’efficacia e la durata dell’azione nell’alleviamento del dolore.

Anche altre ricerche confermano questa constatazione. Sembrerebbe che l’LSD non agisca sulla parte del cervello che riceve gli impulsi del dolore, ma alteri il significato della sofferenza, e, di conseguenza, la diminuisca. E’ ciò che è successo a Irene. Assorta in pensieri e sentimenti che andavano al di là di se stessa, era indifferente alla sofferenza, che era stata la sua preoccupazione principale della sua esistenza cosciente da diversi mesi, e che ora aveva perso il suo significato.

Nel corso della lunga giornata del suo trattamento con l’LSD, delle infermiere entrarono due volte nella camera per ricordare che la puntura destinata ad alleviare le sue sofferenze non era stata fatta.

Riprese a parlare solo verso la fine del pomeriggio.

“Quando morirò, non ci si ricorderà a lungo di me; non lascio molti amici, e quasi nessun parente.

Non ho fatto molte cose, niente bambini, niente. Ma va bene così”.

“Ecco che ricomincia. Sembra che vada e venga, ma non è più come prima”.

– L’importante è ricordarsi, dice il medico.

– Sì, oh sì, ma mi ricorderò di tutto?

– Vi ricorderete di molte cose, ed ho qui alcuni appunti che potremo rivedere per aiutarvi a farvi rammentare il resto, rispose.

Il giorno dopo i suoi lineamenti erano di nuovo profondamente tirati. Ma nuotava ancora in una atmosfera di calma.

“Il dolore è ritornato, ma credo di poter adattarmi. Che giornata è stata ieri! Una specie di giorno di festa per me”.

Durante le tre settimane seguenti, Irene fu sensibilmente più distesa. C’era un aura di calma intorno a lei. Ebbe ancora bisogno di calmanti di tanto in tanto. Poi morì.

Stupri continuati, approvati e legalizzati

Le lettere di S. Paolo per la Chiesa rappresentano uno dei più importanti cardini del Nuovo Testamento, pertanto una parte fondamentale della “rivelazione divina”.

Su “San Paolo e le donne” troviamo una breve sintesi della dottrina paolina in relazione alle donne da cui risulta evidente che l’”Apostolo delle genti” insegna che le donne sono inferiori agli uomini e debbono ubbidire ai mariti.

Questa è stata la dottrina della Chiesa, ben codificata dal concilio di Trento, fino a pochi decenni fa quando, la cultura comune ha costretto le gerarchie ecclesiastiche ad attenuare questi aspetti e a insistere su altri temi più in sintonia con il sentire comune.

Non ci sarebbe nulla di strano se si prendessero gli scritti di Paolo come espressione del mondo culturale del tempo. Potremmo facilmente trovare convinzioni simili nell’ambito culturale nel quale sono nate le epistole di Paolo.

Ma l’aspetto importante sta nel fatto che, se si considera il pensiero di Paolo come “rivelazione divina” e ci si rifà ad esso per una dottrina immutabile, si assolutizza una cultura di un preciso periodo storico e ci si trova in evidente conflitto con gli sviluppi culturali successivi.

In base ai testi citati sopra e ad altri simili la Chiesa Cattolica ha sostenuto per quasi due millenni che le donne, non solo dovevano essere sottomesse ai loro mariti, ma dovevano osservare i “doveri coniugali” che comprendevano l’assecondamento dei desideri sessuali dei mariti.

Il Concilio di Trento riassume e codifica la dottrina della Chiesa Cattolica sul matrimonio e la condizione delle spose (296): “…..secondo l’insegnamento di alcuni Padri, Eva non fu tratta, per esempio, dai piedi dell’uomo, ma dal suo fianco; ne dal suo capo, affinché capisse di essere non padrona, ma suddita del marito.

E ancora (296):

(Le donne) “Stiano volentieri in casa, se il bisogno non le costringa a uscire, e in tal caso chiedano sempre il permesso allo sposo. Infine (ed è qui l’essenza dell’unione matrimoniale) ricordino sempre che per volontà divina nessuno devono amare e apprezzare più del marito, al quale obbediranno prontamente in tutto ciò che non sia in contrasto con la virtù cristiana.”

La dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio (e la dipendenza economica e sociale) toglie alle spose ogni “uscita di sicurezza”.

Il Concilio di Trento insegna e dispone ancora (295): “Il terzo bene, denominato “sacramento”, consiste nell’infrangibile vincolo matrimoniale poiché, secondo l’Apostolo, il Signore ha imposto alla moglie di non abbandonare il marito, di restare, qualora se ne allontani, senza marito, oppure di riconciliarsi con lui; al marito comanda di non mandar via la propria moglie (1 Cor 7,10). Infatti il Matrimonio esprime, in quanto sacramento, l’unione di Cristo con la Chiesa e poiché Cristo mai si separa dalla Chiesa, è necessario che, per quanto riguarda il vincolo coniugale, la moglie non possa mai separarsi dal marito.

Solo in tempi recenti finalmente la cultura comune ha “capito” che le donne hanno pari diritti e doveri degli uomini e che non sono loro inferiori o suddite….e, conseguentemente, anche la legislazione civile di molti paesi si è adeguata. Così la Cassazione Italiana circa un anno fa ha sentenziato:

Se la moglie va a letto con il marito solo per evitare scenate, lui è colpevole di violenza sessuale.

Lo ha deciso la Cassazione, confermando la condanna a un anno e tre mesi di reclusione inflitta a un uomo che obbligava la moglie ad avere rapporti sessuali con lui sotto la minaccia di discussioni davanti ai figli, costringendola anche con la violenza e picchiandola ripetutamente.

….

Insomma, se una moglie non ama più il marito, questo non la può costringere, magari picchiandola davanti ai figli, ad avere rapporti con lui.

Pertanto, le donne, trovandosi “suddite” dei mariti e senza vie di uscita, sono state oggetto di violenze e di stupri continuati e legalizzati….

Purtroppo la situazione è ben lontana dall’essere risolta:

1) La dottrina dell’indissolubilità del matrimonio continua a condizionare i credenti

2) La cultura generale è ancora molto legata al modello di matrimonio proposto per secoli dalla Chiesa per cui si vive il divorzio come un male estremo, una colpa ed un trauma per i soggetti, per i figli e per parenti ed amici

3) I costi e le conseguenze incidono in modo notevole specialmente per le persone di ceto medio basso.

4) Le donne spesso si trovano senza una propria indipendenza economica e sociale per cui devono fare di tutto per evitare separazioni e divorzi e “far buon viso a cattiva sorte!

5)  Ecc.

Invece di bei discorsi e buoni propositi, bisognerebbe eliminare le cause delle violenze e degli stupri.

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Papa Ratzinger invoca la generosità, soprattutto dei suoi inquilini

Da La posta di Padre Joseph

Essenziale Padre Joseph, mi sono commossa nell’ascoltare l’Angelus del Papa di questa mattina. “Se mettiamo in pratica l’amore per il nostro prossimo, secondo il messaggio evangelico, allora facciamo spazio alla signoria di Dio, e il suo regno si realizza in mezzo a noi. Se invece ciascuno pensa solo ai propri interessi, il mondo non può che andare in rovina. (…) Nessun ordinamento politico possa più, in nome di una ideologia, negare i diritti della persona umana e la sua libertà e dignità.” Le sue parole esprimevano bontà, senso di fratellanza, solidarietà incondizionata verso il prossimo, lo sfortunato, il derelitto. Sono cose che vorremmo sempre ascoltare. Sento che questo Papa è generoso ed umano e per questo non posso credere che abbia sfrattato circa 200 famiglie che non potevano permettersi di pagargli l’affitto, tra le quali la mia. Chi predica la generosità non può sfrattare centinaia di anziani, adulti, bambini, in difficoltà economica, soprattutto se pretende affitti astronimici, privandoli della dignità. Lei cosa ne pensa?
Immobiliarmente vostra

Maria Perstrada

Puona Tonna,
nostro Papen est uomo kasa und kiesen e suo tiskorso est kiaro und inekuifokapile: pisogna essere cenerosi. Se tu est cenerosa kon mentikante e ta a lui euro, e lui no ha fatto niente per te, perkè tu no tefe essere cenerosa kon patrone ti kasa, ke ofre a te tetten su testa? Fatikano, attraferso Ior und Apsa (Amministrazionen patrimonien sede apostoliken) und molti pikoli enti und sozietà est patrona di cirka uno kuinto di patrimonio imopiliaren ti Roma. Se tutti inkvilini no paka afitto loro perte tignità ti pakatoren und Kiesen può tifentare pofera nel ciro ti poki millenni, et alora Matonna piance. Famiglia pisognosen ke no può pakare afitto può fare una scelten ti cenerosità und tignità: o tecite ti no manciare per pakare affitten o, cenerosamente, lascia kasa a ki può pakare ela. Se famiglia finisce sotto ponten Karitas cenerosamente può ofrire piatto ti minestren e se muore ti polmoniten poko male: in fonto kosa essere umile kasa terrenen rispetten a krante Kasa ti Signore? Kome fete tutto ruota attorno a cenerosità: parola di Papa no est certo sterile und ipokriten ma kome sempre lucida und puntualen.

L`eutanasia di Wojtyla e il silenzio della Chiesa

Dal Secolo XIX del 31 ottobre 2007, pag. 27 (di Paolo Flores d’Arcais)

Grazie della segnalazione a Carlo Ristori

Grazie al Festival della scienza, domani mattina alle 11, a Palazzo Ducale (sala del Minor Consiglio) a Genova si discuterà di un tema clamoroso e al tempo stesso scomodo (almeno per la Chiesa): l’eutanasia di Papa Wojtyla. Ho scritto “clamoroso” non per scontata enfasi retorica, ma in senso letterale. In tutto il mondo, infatti, la notizia ha suscitato clamore, e mass media del peso di Time, New York Times, Le Monde, Le Figaro, El Pais, per non parlare della televisione pubblica tedesca, hanno dato grande rilievo alla conferenza stampa con cui la professoressa Lina Pavanelli ha illustrato il suo saggio (uscito sulla rivista che dirigo, MicroMega) e ha risposto alle non-smentite del Vaticano, prontamente diffuse.

Per quanto riguarda i grandi quotidiani nazionali, invece, solo Marco Polito, su Repubblica, ha riportato la conferenza stampa. Il Corriere della Sera aveva dato “voce” alle interpretazioni vaticane (con enorme evidenza, in prima pagina) ma della replica di Lina Pavanelli non ha fatto parola.Delle reti televisive, pubbliche o commerciali, è inutile dire: l’assordante silenzio vagheggiato dalla Santa Sede ha trionfato in modo plumbeo tanto su Rai che su Mediaset. Che le gerarchie della Chiesa preferiscano il silenzio sulla scottante vicenda “eutanasia di Karol Wojtyla” è comprensibile: diventerà davvero difficile proclamare Giovanni Paolo II “santo subito”, se si comincia a discutere seriamente, documenti ufficiali alla mano, sulle sue scelte di fronte alla fase finale della malattia. Perché questo ha fatto Lina Pavanelli su MicroMega: ha utilizzato solo documenti ufficiali, cioè le dichiarazioni del Vaticano e il diario del medico personale del Papa, professor Buzzonetti. Lina Pavanelli è un medico anestesista che ha diretto per anni la Scuola di specializzazione in Anestesia e Rianimazione dell’università di Ferrara. Nel saggio pubblicato su MicroMega ha ricostruito l’andamento degli ultimi mesi della malattia del Papa seguendo la testimonianza più diretta, quella appunto del professor Buzzonetti, e mettendo a confronto le scelte cliniche che ne risultano con i principi di bioetica riaffermati anche di recente dalla Congregazione per la dottrina della fede (l’ex Sant’Uffizio, di cui era a capo il cardinal Ratzinger prima di diventare Papa). Principi che considerano eutanasia in senso proprio la mancata alimentazione artificiale, non solo nei confronti di un malato grave o moribondo, ma addirittura di un paziente in stato di coma vegetativo (cioè di una persona cerebralmente morta e di cui vengono tenute “in vita” solo alcune funzioni fisiologiche, attraverso macchine più o meno complesse: il riferimento era al caso dell’americana Terry Schiavo).

Attraverso questo minuzioso confronto, Lina Pavanelli ha messo in evidenza come:

a) la malattia di cui soffriva il Papa (morbo di Parkinson) ha un decorso noto e prevedibile, che pone ad un certo punto problemi di alimentazione e/o di respirazione, insolubili senza ausilio artificiale;

b) il Papa non è morto per crisi respiratoria ma per deficit alimentare;

c) le linee-guida mediche europee indicano chiaramente che per impedire una denutrizione che porta alla morte va inserito, con operazione ambulatoriale poco invasiva ed efficacissima, un sondino permanente in zona addominale;

d) tale intervento va compiuto “a tempo debito”, cioè non appena il paziente non riesce più ad alimentarsi normalmente. Un eventuale sondino naso-gastrico in fase più avanzata non ha efficacia adeguata;

e) ogni medico ha il dovere, per legge e secondo il codice di deontologia professionale, di informare il paziente sul decorso della malattia, le terapie possibili, le conseguenze del rifiuto delle stesse. Non mettere al corrente il paziente è penalmente rilevante (si rischia la galera, insomma);

f) è del tutto impensabile che l’equipe medica diretta dal professor Buzzonetti (una decina di eccellenti anestesisti-rianimatori italiani) abbia tenuto il Papa all’oscuro, violando clamorosamente la legge, oltretutto nei confronti di un paziente di tale rango;

g) la decisione di rifiutare il sondino permanente addominale è dunque stata presa da Karol Wojtyla in persona;

h) tale rifiuto ha accorciato al vita del Papa. Di quanto non possiamo sapere, se giorni, settimane o mesi. Ma è certamente la “causa” prossima della morte;

i) il sondino naso-gastrico, inserito alla vigilia della morte, arrivava a “tracollo” ormai irreversibile, e non rappresentava dunque quella alimentazione artificiale adeguata che la bioetica cattolica esige anche nei confronti di un corpo in stato di coma vegetativo (figuriamoci di un Papa ancora in vita).

Tutto questo vuol dire che, stando alla definizione di eutanasia delle gerarchie cattoliche, secondo la quale è stata eutanasia la spina staccata a Terry Schiavo e quella staccata a Piergiorgio Welby (non certo la definizione di noi laici, che consideriamo quelle scelte solo la fine di un orrendo accanimento terapeutico), la morte di Papa Giovanni Paolo II, affrettata dalla mancata nutrizione artificiale adeguata, costituisce – a maggior ragione – un caso di vera e propria eutanasia. Fin qui le gerarchie ecclesiastiche, invitate da MicroMega in numerose occasioni, si sono sottratte al confronto. Il Festival della scienza e MicroMega avevano ovviamente invitato al dibattito di giovedì – in primo luogo – il cardinale arcivescovo della città, Sua Eminenza Angelo Bagnasco, ma il giorno festivo ha evidentemente giustificato la sua risposta negativa. A discutere con Lina Pavanelli e con me ci saranno comunque due personalità cattoliche molto conosciute: il professor D’Agostino, ex-presidente del Comitato nazionale di bioetica, noto per il più ortodosso allineamento con la Chiesa gerarchica, e Ignazio Marino, chirurgo dei trapianti fra i più stimati al mondo, oggi anche deputato, presidente della Commissione Sanità della Camera, presentatore di un progetto di legge contro l’accanimento terapeutico, che il mondo “teodem” è fin qui riuscito a bloccare.

Speriamo che sia solo il primo di numerosi con­fronti, che sottraggano il tema “eutanasia di Papa Wojtyla” al silenzio e alla rimozione, un “limbo” poco dignitoso per una società che si vuole evoluta e democratica.

NOTE

Paolo Flores d’Arcais è direttore di MicroMega

Resistenza LaicaCollaboratori di Resistenza Laica