Archivio dell'autore: mattiafabbri

Saggio filosofico su David Hume

Oggetto: Dialoghi sulla religione naturale

Dimostrare l’esistenza di dio e la natura dei suoi attributi è un superbo obiettivo che, nel corso dei secoli, ha tormentato le menti di moltissimi autorevoli pensatori, i quali si sono ingegnati per trovare argomenti che fossero stringenti e atti, se non a convertire, quantomeno a far riflettere anche gli atei più irriducibili.

Data la natura viscerale di ogni credenza che trascende la sfera razionale, dio e la religione, forse più di qualsiasi altro argomento, hanno ispirato diatribe e controversie accesissime, anche quando si trattava, almeno nelle intenzioni, di fondarli su considerazioni filosofiche che prescindessero dall’autorità della rivelazione. A maggior ragione, in società in cui l’influenza della religione si faceva pesantemente sentire e, nei casi peggiori, mieteva vittime, quelle poche opere che osavano sfidare i pregiudizi tradizionali e mettere in discussione inveterate certezze teologiche, erano destinate a scatenare il putiferio e ad attirare l’odio sui loro autori. Continua a leggere

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Analisi delle contraddizioni e aporie a cui portano inevitabilmente i concetti tradizionali di Dio

Vedere il documento Word:

Analisi delle contraddizioni e delle aporie del concetto tradizionale di Dio

Cosa intendiamo con DIO?

Un essere infinito ed illimitato?

Allora un siffatto essere non può creare nulla, perché per farlo dovrebbe essere in qualche modo limitato da ciò che crea; come giustamente disse il filosofo G. Gentile “dio, per essere dio, renderebbe impossibile il mondo”, in quanto nella sua totalità ed infinità onnicomprensiva dovrebbe esistere soltanto lui, senza lasciare spazio ad altro. L’infinito è – in quanto tale – onni-inclusivo: non si può dare un “aldilà” o un “al di fuori” rispetto all’infinito, se non a costo di limitarlo e quindi finitizzarlo.

Non a caso, una parte della teologia ebraica tenta di risolvere questo problema tramite il concetto di “tsimtsum” che postula un “ritiro in se stesso”, ovvero una “auto-limitazione” da parte di Dio al momento della creazione.

Se Dio – in quanto infinito – includesse in sé anche l’Universo, verrebbe a mancare qualsiasi limite ontologico tra il creatore e la creatura; il mondo sarebbe semplicemente un sottoinsieme di Dio, una sua determinazione limitata (esattamente come la terra o qualsiasi altro pianeta o stella è nei confronti dell’Universo).

Dio non sarebbe – in altri termini – il principio creatore e provvidente di cui parlano le religioni, ma una semplice ed asettica estensione dell’Universo (che l’uomo, in linea di principio, potrebbe arrivare a conoscere grazie al progresso delle teorie scientifiche e al perfezionamento degli strumenti di osservazione).

Un Dio infinito, inoltre, essendo TUTTO e non mancando di NULLA non potrebbe desiderare nulla; non avrebbe senso attribuirgli una qualsivoglia forma di volontà.

Sarebbe, anche per questo motivo, indistinguibile dalla Natura (che non ha volontà e non persegue alcuno scopo).

Va osservato, da ultimo, che alcuni attributi che gli si assegnano non possono essere infiniti perché devono il loro senso proprio alla loro limitatezza (ad es. l’intelligenza, la personalità, la libertà, il senso morale).

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Analisi delle contraddizioni e delle aporie del concetto tradizionale di Dio

Critica all’argomento del progetto

L’apparente perfezione dell’universo (i pianeti che ruotano ordinatamente uno intorno all’altro, intorno ai loro soli, alle loro stelle, le galassie che si muovono in spazi apparentemente infiniti, l’apparente finalismo che connota le funzioni degli organi degli esseri viventi, etc.) viene da sempre considerata come una prova schiacciante dell’esistenza di dio.

Il ragionamento in fondo è molto semplice: nessun altro – si dice – se non un essere infinito, perfetto ed eterno avrebbe potuto creare qualcosa di così maestoso, perfetto e funzionante nella sua armonia, nella sua sincronia, nel suo eterno movimento, etc.

Si aggiunge a questo il fatto che l’uomo in sé è una creatura così perfetta e incredibilmente ben progettata, che necessariamente deve essere stato creato da una mente divina. Dal che quindi si fa discendere l’esistenza di dio.

Per confutare questa “prova” è sufficiente mostrare come il mondo e l’uomo non siano affatto perfetti: infatti, un essere assolutamente perfetto e onnisciente come dio non può creare esseri imperfetti e difettosi, sarebbe un controsenso! Come potrebbero l’imperfezione e l’errore derivare dalla somma perfezione e saggezza?

Si tratta allora di vedere se la natura dell’universo e dell’uomo sia o no perfetta. Continua a leggere

Pensieri filosofici sulla Teodicea

Se, come affermano i teologi, è impossibile la libertà assieme all’impeccabilità in quanto l’una esclude l’altra, com’è possibile allora che dio sia libero e, al tempo stesso, incapace di peccare?

Ho preparato io stesso l’obiezione:

“Dio, pur essendo infinitamente libero, non può peccare perché non può logicamente volere qualcosa che è, al tempo stesso, contrario alla sua volontà (il peccato si definisce, infatti, come atto contrario alla volontà divina). L’onnipotenza può tutto, tranne l’assurdo.”

Ho preparato anche la contro-obiezione:

Se l’onnipotenza divina può tutto tranne l’assurdo (e questo è già di per sé un assurdo), ne consegue che dio non solo non può peccare ma neppure creare degli individui dotati di libertà di scelta. Per essere libera, infatti, una creatura deve avere la possibilità di resistere alla volontà divina, ovvero a quella volontà da cui dipende interamente la propria esistenza e  la propria conservazione; il che è assurdo.

Il concetto di “creatura libera” è, dunque, palesemente ossimorico. Continua a leggere

Osservazioni critiche contro il neotomismo

(Vedere il documento intero in Word: Critica all’argomento di Bontadini)

Dopo le critiche mosse da Hume e da Kant contro le tradizionali prove dell’esistenza di dio, è diventato quasi un luogo comune (sia per i filosofi che per gli uomini della strada) la non dimostrabilità della fede. Molti tra gli stessi credenti – anche nel mondo cattolico – sembrano intellettualmente più vicini a Guglielmo d’Ockham o a Kant che non a Tommaso d’Aquino.

Non mancano (e non sono mancati) anche coloro che additano come impresa superba e vanagloriosa pretendere di dimostrare – tramite strumenti “umani troppo umani” come l’esperienza e la ragione – ciò che è ad un tempo indimostrabile e al di là di ogni pensiero umano. Ricordiamo che lo stesso Anselmo d’Aosta – filosofo e teologo medioevale e ideatore dell’argomento ontologico che “deduceva” dio a partire dal suo stesso concetto – riteneva  anche che dio fosse “più grande di quanto non si potesse pensare”, ovvero trascendente l’intelletto umano. Per non citare la grande tradizione mistica (cattolica e non) la quale – proprio muovendo dall’assolutezza e dall’incommensurabilità di dio – ne scoraggia qualsiasi indagine razionale, puntando invece sull’ “esperienza” interiore.

Eppure, nel secolo scorso, non sono mancati filosofi che hanno tentato di superare le obiezioni scettiche e atee del pensiero moderno richiamandosi a Tommaso d’Aquino e “aggiornando” la prima delle sue cinque vie (quella ex motu). Da qui il loro inquadramento come “neo-tomisti”. I più noti sono la Vanni Rovighi e Bontadini.

Mi concentrerò su quest’ultimo, sia perché il suo argomento – da lui denominato “teorema della creazione” – è ingegnoso e per nulla banale, sia perché gli apologeti più colti e preparati del mondo cattolico tendono a considerarlo come una vera e propria “prova probante” dell’esistenza di dio in grado di superare le obiezioni di Hume e di Kant e di rendere irrazionali le posizioni ateiste.

Per chiarire la struttura logica del “teorema della creazione” riporterò l’agevole riassunto che ne fa Nello Venturini (docente di filosofia al Pontificio Ateneo Regina Apostolorum di Roma, di estrazione neotomista) e citerò alcuni passaggi dell’intervista rilasciata da Bontadini a padre Aldo Bergamaschi a Milano il 5 Aprile 1981.

Cominciamo dall’intervista. Alla domanda di inquadrare il suo “principio di creazione” partendo dalla base dell’argomento, ossia dal divenire, Bontadini risponde:

Il divenire si presenta come una realtà contraddittoria. In che cosa consiste la contraddittorietà del divenire? Ho detto si presenta come realtà contraddittoria però devo subito avvertire che io so già in partenza che il divenire non è contraddittorio perché è reale. Siccome il reale non è contraddittorio e il divenire è reale, il divenire non può essere contraddittorio, però si presenta contraddittorio. Allora devo uscire da questa empasse, cercando di integrare la visione del reale in guisa tale che il divenire non risulti contraddittorio” (corsivo mio).

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Vedere il documento intero in Word: Critica all’argomento di Bontadini