Purezza & Pericolo

Esporremo in questo breve articolo le strategie messe in atto da una comunità per difendersi dai nemici esterni e interni, con particolare riguardo al processo di attribuzione della colpa.

Il processo di attribuzione della colpa costituisce infatti, una spia delle strutture sociali e politiche di una comunità. Qualunque società prendiate in considerazione, essa sarà basata necessariamente su di un ordine di qualche tipo. Ma l’ordine implica restrizione; infatti di tutti i materiali possibili è stata fatta una selezione limitata ed è stata usata una serie limitata fra tutte le possibili relazioni. Però dobbiamo aggiungere che ammesso che il disordine rovini il modello, esso fornisce anche il materiale al modello. Così anche se per definizione il disordine è illimitato, tuttavia esso contiene un infinito potere di creare di modelli, pur non contenendone alcuno immediatamente visibile. E’ per questa ragione che, benché si cerchi di creare ordine, non si riesce a condannare il disordine: si riconosce che esso è distruttivo per i modelli esistenti, ma ha anche delle potenzialità. Esso simboleggia sia il Pericolo che il Potere. In verità questa breve introduzione ci è servita per evidenziare che in realtà l’uomo teme ciò che è indifferenziato. Meglio ancora, si può affermare che la società teme quello che non è ben definito e che si situa in un area ambigua “di transizione”, tutto ciò che è oscuro e non perfettamente classificabile, e che non rientra pertanto nei modelli sociali comunemente accettati.

Consideriamo ad esempio le credenze riguardanti le persone che vivono una condizione marginale; sono coloro che vengono in un certo qual modo lasciati fuori dal modello della società: sono persone senza un posto.

Esse non fanno niente di male dal punto di vista morale, ma la loro condizione è indefinibile, come ad esempio un bambino non ancora nato. Il miglior esempio è forse quello dell’ adolescente, che viene comunemente considerato un “indistinto sociale”. La sua posizione è ambigua, e tale il suo futuro. Non è forse un caso che la condizione dell’adolescenza venga indicata dalla nostra società come l’età critica per eccellenza. Essa è piena di incognite e presenta tutti i rischi e le ambiguità degli stati di transizione. L’adolescente non è più un bambino, ma non è ancora un uomo. E’ certo per questa ragione che nelle società arcaiche tradizionali, gli adolescenti venivano sottoposti a complicati rituali di passaggio, senza i quali sarebbero rimasti relegati per sempre ai margini della comunità. Van Gennep ebbe in proposito una straordinaria intuizione sociologica, quando immaginò la società come una casa con delle stanze e dei corridoi, il cui passaggio dalle une agli altri è pericoloso. Il pericolo sta negli stati di transizione, semplicemente perché la transizione non è più uno stato e non è ancora l’altro: è indefinibile. La persona che passa da uno stato all’altro è essa stessa in pericolo e trasmette il pericolo agli altri. Dire che i ragazzi rischiano la vita durante questo delicato passaggio, significa precisamente dire che uscire dalle strutture formali ed introdursi nelle zone marginali equivale a esporsi a un potere che può o ucciderli o fare di loro degli uomini. Più in generale, trovarsi ai margini vuol dire essere a contatto con il pericolo, essere prossimi a una fonte del potere. Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, e cioè che i rituali di passaggio nella nostra società post-industriale sono stati definitivamente cancellati, veniamo a scoprire che i giovani ne hanno reinventati di propri, in alcuni casi non meno cruenti di quelli tradizionali. Sono le cronache stesse ad insegnarcelo. Ragazzi che muoiono su auto lanciate a folle velocità durante pericolose “prove di coraggio” nel cuore della notte, o che si comportano come pericolosi criminali dediti al latrocinio e alla rapina.

Ma anche la sporcizia, l’oscenità e l’illegalità in genere, diventano rilevanti dal punto di vista simbolico, durante questi riti di iniziazione giovanili, in quanto espressioni rituali della difficile condizione esistenziale di questi giovani individui. Sembra che se una persona non ha posto nel sistema sociale ed è perciò emarginata, tutte le precauzioni contro il pericolo debbano venire dagli altri; essa non può far nulla per la sua situazione anomala. Questo è pressappoco il modo in cui noi stessi – in un contesto profano anziché rituale – consideriamo la gente che vive in uno stato di marginalità. Gli operatori sociali ai quali è affidato il recupero degli ex carcerati riferiscono la difficoltà di reinserire queste persone in occupazioni stabili, una difficoltà che deriva dall’atteggiamento generale della società. Un uomo che ha trascorso tutto il tempo “dentro” viene posto permanentemente “fuori” dall’organizzazione sociale normale. In mancanza di riti di aggregazione che possano dichiaratamente assegnargli una nuova posizione, egli rimane ai margini, insieme ad altra gente cui viene analogamente accreditata poca fiducia e scarsa attitudine ad imparare: tutti atteggiamenti sociali negativi.

Lo stesso accade a chi sia entrato in istituti per la cura delle malattie mentali: finché stavano a casa il particolare comportamento di queste persone veniva accettato; una volta che vengono formalmente classificate come anormali, lo stesso identico comportamento è giudicato intollerabile. Secondo il relatore di uno progetto canadese, avente lo scopo di modificare l’atteggiamento verso la malattia mentale, vi sarebbe una soglia di tolleranza che corrisponde al ricovero nell’ospedale psichiatrico. Finché una persona non ha varcato la soglia di questo stato di marginalità, qualsiasi sua eccentricità viene facilmente tollerata dai suoi vicini. Un comportamento che uno psicologo non esiterebbe a definire patologico viene di solito liquidato con “è solo un capriccio”, oppure “si riprenderà”, o ancora: “ce n’è di tipi strani a questo mondo!”. Ma una volta che il paziente viene internato in un ospedale per malati di mente, la tolleranza gli viene negata. Il suo comportamento che veniva giudicato tanto normale che le supposizioni dello psicologo sollevavano forti ostilità, ora viene considerato anormale. Così, chi opera nel campo della salute mentale si imbatte esattamente nello stesso problema della riabilitazione dei pazienti dimessi che incontrano anche le organizzazioni operanti a favore dei carcerati.

In conclusione, è interessante sapere che gli stati di emarginazione provocano in tutto il mondo le stesse reazioni, ed il lettore più avvertito avrà intuito che ad esempio, anche la condizione dell’omosessualità e della transessualità rientrano fra quelle situazioni esistenziali guardate con sospetto dalla società, in primo luogo proprio per la loro carica eversiva e destabilizzante, rispetto al modello di sessualità dominante generalmente accettato.

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