Unicità e molteplicità della “Realtà”

Se una catastrofe apocalittica colpisse la Terra e facesse evaporare o scomparire l’acqua dei laghi, dei mari e degli oceani, come sembra essere avvenuto su Marte, la Terra diventerebbe un’unica distesa senza isole, penisole e continenti. Siamo abituati a vedere e considerare le isole come terre più o meno grandi a se stanti, invece sono solo alture di un unico suolo che superano il livello delle acque.
Esistono oggi innumerevoli reti di computer, prima fra tutte Internet, costituite da grandi unità centrali e terminali collegati tra loro e con le unità centrali. Possiamo considerarli come sistemi a se stanti, ciascuno come un tutt’uno. Le unità periferiche attingono e forniscono dati alle unità centrali e alle altre periferiche, ma “conoscono” e operano solo su una frazione dell’insieme.
Il nostro corpo è formato da innumerevoli cellule con varie forme e funzioni ma l’organismo è unico.
Alcune famiglie di insetti come le api e le formiche sembrano formare delle specie di super-organismi nei quali i singoli individui agiscono in strettissima collaborazione ed interdipendenza quasi come le cellule nel nostro organismo.
“Nell’Induismo l’intuizione fondamentale è che la realtà è Una. Il mondo, l’uomo, gli dèi, le cose che sono state, sono e saranno. Tutto questo è l’unica e medesima Realtà… L’Induismo ripete da secoli la frase di Uddalaka a suo figlio Svetaketu: “Tu sei Quello” (Tat tvam asi) (cfr. Chandogya Upanisad) (Ndr. Tu sei Il Tutto). Viene così riconosciuto che il Brahman-Atman è l’unico Assoluto, la radice e il fondamento di tutto, il Signore che regge e sostiene ogni cosa, la guida interiore e il fine di ogni vivente.” (La filosofia Induista).
Secondo il buddismo l’io non è un’entità individuale, ma è una combinazione di particelle diverse (dharma o qualità spirituali), di tipo sensitivo, volitivo, percettivo e di impulsi innati: non esiste l’unitarietà dell’io né la sua personale immortalità.
Alla luce delle considerazioni esposte in precedenti articoli (cfr. Correlati), possiamo sostenere che tutto “il reale” in tutte le sue manifestazioni, rappresentazioni, realizzazioni e forme costituisca una unica realtà assoluta: l’Essere.
Pensando all’Universo, se supponiamo che abbia una estensione senza fine, ci appare subito inaccettabile: deve pur terminare da qualche parte!; se supponiamo che abbia un limite, ci sembra subito razionalmente inaccettabile: che c’è oltre il limite? Ma le due ipotesi sono le uniche che la nostra mente ritiene proponibili. Pertanto le uniche alternative proponibili, alla nostra mente risultano comunque ugualmente inaccettabili ed assurde. La stessa cosa si verifica per tutti i concetti che, direttamente o indirettamente, coinvolgono l’idea di infinito.
Quando facciamo dei ragionamenti “organizziamo” le nostre cellule cerebrali in modo da rappresentare gli aspetti del ragionamento. Il fatto che tali cellule siano psichicamente sensibili ci consente di “percepire il senso e il peso dei concetti”. Purtroppo i limiti del nostro cervello non consentono la rappresentazione e, conseguentemente, la percezione del Tutto, ma solo degli aspetti estremamente ridotti. Inoltre la sequenzialità logica dell’essere e della sua fenomenologia si traduce inevitabilmente in divisione e limitazione anche nello spazio e nel tempo.

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Una risposta a “Unicità e molteplicità della “Realtà”

  1. Mikahel, come scritto sopra, già il Buddismo affermava chiaramente che il nostro io/la nostra personalità è una costruzione, un insieme di sensazioni, percezioni, azioni, ecc. unificate in un solo organismo… La stessa esperienza ci dice che i bambini acquistano solo dopo un certo periodo la coscenza di se stessi e la distinzione con il resto… La mia ipotesi si allarga a tutto il “reale” sostenendo che qualsiasi complessificazione sufficientemente organizzata da poter vivere esperienze unificate in un organismo, si afferma come individuo a se stante, ma è comunque sempre la stessa ed unica Realtà.

    Ho però una ulteriore ipotesi che spero di poter sviluppare in seguito: Questi organismi se raggiungessero un alto grado di “personalità” potrebbero continuare una esistenza parzialmente indipendente… In questa ottica, in netta contrapposizione con il Buddismo che considera il dolore come qualcosa di negativo, tutto quello che segna l’individuo, specialmente le esperienze dolorose e le scelte forti sarebbero la base per tale vita.

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