Critica contro il dogma dell’immortalità dell’anima

Che cosa significa immateriale? Questo attributo, di solito, viene inteso come l’opposto di ‘materiale’. Tuttavia, anche il concetto di materia non è per niente chiaro. Infatti l’unica rappresentazione che abbiamo di una cosiddetta ‘sostanza materiale’ è un conglomerato di singoli attributi. Ad esempio, della luna non conosciamo alcuna sostanza. Tutto ciò che di essa sappiamo è un insieme di attributi, che diventano sempre meglio definiti tramite il miglioramento delle conoscenze. Tuttavia la ‘sostanza’ alla base di questo groviglio di attributi rimane completamente sconosciuta. Quindi, se già il concetto di ‘materia’ non è chiaro, a maggior ragione non lo è  anche il concetto di ‘non-materia’.

Ma ancora più problematica dell’attributo di immaterialità è l’ulteriore proprietà dell’anima di possedere coscienza e percezione. Infatti, i processi psichici e spirituali che avvengono dentro di noi, gli unici che ci sono direttamente accessibili, dipendono dal nostro corpo. Se il cervello non riceve ossigeno per alcuni minuti, l’attività cerebrale si spegne e l’autocoscienza si dissolve nel nulla. L’attività psichica di un uomo dipende quindi dalla vitalità del proprio corpo, e cessa definitivamente quando al cervello non arriva ossigeno sufficiente. L’affermazione che esiste qualcosa capace di percepire indipendentemente dal corpo, è pertanto poco plausibile. Perlomeno, nell’esperienza non si riscontra nulla di simile. L’anima dell’uomo potrebbe essere tanto immateriale quanto lo è il denaro della Chiesa.

Esistono quindi degli ottimi argomenti a favore della tesi che l’autocoscienza  sorge per via naturale e svanisce per la stessa via. Non è empiricamente dimostrabile l’esistenza di uno spirito libero e fluttuante, che interagisce magicamente con il cervello. L’‘Io’ non è affatto una entità soprannaturale, bensì un’attività neurale.

E’ la funzione del nostro sistema nervoso centrale, ossia di un organo naturale che si è sviluppato nel tempo tramite l’evoluzione, il quale comunque rimane soggetto alla natura, esattamente come tutti gli altri organi. Proprio ciò che è particolarmente sensibile al minimo disturbo dovrebbe forse essere immortale, né dovrebbe soggiacere alla dissoluzione? Poiché nessuno sa esattamente cosa sia l’anima, questa viene spacciata come la parte più nobile dell’uomo.

Anche se si ammettesse l’esistenza di un’anima trans-empirica, subito sorgerebbe una nuova difficoltà. Come potremmo decidere, in questo caso, quale delle numerose rappresentazioni dell’anima è quella vera? L’anima individuale è eterna oppure  sorge solo con il concepimento? La maggior parte dei teisti sostiene che essa è immortale, ma può forse essa, in assenza di alcun organo sensoriale, percepire? Che non possa percepire, lo testimonia il fatto che noi non abbiamo coscienza di alcuna sensazione prima che il nostro corpo fosse generato. Questo fatto è un forte indizio che anche dopo la decomposizione del nostro corpo non avremo ugualmente coscienza di nulla. Se il tempo che ha preceduto la nostra esistenza non ha per noi alcun significato, lo stesso avverrà per il tempo che seguirà. Dovremmo quindi preoccuparci della nostra esistenza futura tanto quanto ci preoccupiamo di quella precedente alla nascita, ossia: assolutamente nulla.

Anche se si volesse supporre l’esistenza di un’anima, dotata di autocoscienza e sensibile al dolore ed al piacere, questa concezione teistica susciterebbe di nuovo delle perplessità morali, poiché – secondo questa concezione – solo gli uomini, e non gli animali, possiedono un’anima. Eppure, sia la concezione materialistica, secondo la quale né gli uomini né gli animali possiedono una anima, sia la concezione induista, secondo la quale tutti gli esseri viventi sono dotati di anima, sarebbero più plausibili di quella teistica, poiché anche gli animali soffrono. Oltretutto gli animali sono completamente in balia dell’uomo. Purtroppo bisogna riconoscere che la maggior parte degli esseri fatti ad immagine e somiglianza di Dio – il presunto coronamento della creazione – sono privi di un minimo di compassione verso gli animali (basta pensare a cosa succede, ad esempio, al mercato del pesce). Con un’insolita dimostrazione di sensibilità, anche Paolo aveva già osservato che: “La creazione stessa nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione” (Romani 8,22). Tuttavia le dottrine teistiche tradizionali negano l’esistenza dell’anima degli animali.

In questo caso, come si può conciliare la bontà di Dio col fatto che gli animali non debbano ricevere alcun compenso per le loro sofferenze? Il cane che muore per nostalgia del padrone defunto, non verrà ricompensato in nessun aldilà, né troverà pace? Eppure, anche gli animali superiori hanno dei sentimenti, amano, odiano e soffrono. E tutto questo senza alcuna ricompensa? E’ mai possibile pensare ad un paradiso senza gli animali? Un simile deserto non varrebbe certo la pena…

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4 risposte a “Critica contro il dogma dell’immortalità dell’anima

  1. Forse occorre entrare in un’altra dimensione per percepire cosa sia l’anima inividuale e la sua presa di coscienza. Per passare a quella collettiva ed infine a quella corsmica la cui memoria trascende dalla materia ossia…. è…. prima che sia materia.
    Gli animali hanno forse un’anima ma non la presa di coscienza in quanto appartengono a una fase della vita terrena necessaria a sostenere la dura legge che per affrancarsi su questo pianeta deve mangiare se stessa e se fosse in grado di prendere coscienza non potrebbe procedere pena la sua autosistruzione. All’uomo (animale in grado di prendere coscienza ) è dato il compito di distillare il mondo animale che alberga in lui senza autodistruggersi. Quando la conoscenza e la coscienza umana sarà arrivata al suo apice anche il mondo animale riceverà il suo premio dagli uomini liberatisi dal mondo bestiale che ha ereditato. Ciò è avvenuto ed avviene anche ora anche se a livello individuale o di piccole comunità che hanno raggiunto un grado alto di conoscenza e coscienza.

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  2. Sinceramente, oramai mi “rifiuto” d’elaborare pensieri complessi: sarò pigro, sarà che l’aver “trovato cosa non è Dio”, non mi va più d’arrabattarmi come fa chi ritiene necessario continuare a sforbiciarsi il cervello (anche perchè sono convinto altresì del fatto che, oramai, i forum et similia non siano più dei luoghi d’opinionismo, di teorismo nè tantomeno di discussione costruttiva: tutt’altro) soprattutto per escogitare nuove vie amorali di convalida per le sue zoppe divinità. Fortunatamente, la consapevolezza di ciò mi evita il totale atrofismo della capacità elaborativa; e forse ciò è anche un problema, in quanto, alfine, si tende anche a diventare talmente tolleranti ed apatici, da rischiare di dover raddoppiare la propria aggressività.
    Inizio a faticare; magari sarà pure l’età.
    Seriamente parlando, è comunque interessante notare in che modo, in genere, tuttora ci siano ancora persone che, sulla scorta di antichi presupposti, non comprendano che un sistema di riferimento non possa includere grandezze ad esso non omogenee (non mi riferisco a Mery: dico in genere). Questo tipo di inconvenienti accorre anche per via di problematiche a carattere semantico, più che effettivamente qualitativo. L'”anima” come “quid” diverso dal corpo, è un equivoco antico, che, per motivi antropocentrici, ha distorto il senso della “capacità di relazionamento” ed intelligenza/comprensione (intus-legere/comprehendo) tra l’essere umano e ciò che esso vede ed analizza interagirgli; in sostanza, ha distorto dei “banali” meccanismi cerebrali fondati sullo “scambio” di elettroni.
    Concordo dunque in toto (come sempre) con Mattia.

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  3. L’anima c’è, ma non si vede. E’ necessaria per punire i peccatori. Se per caso non ce l’avete, procuratevene una.

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