La società cristiana verso l’apice del Kali-Yuga

Da tempo ormai non inserisco articoli di news nel mio sito, perché non riesco ad andare appresso al ritmo vertiginoso con cui ogni giorno ne sentiamo qualcuna nuova che dà molto da pensare. Dagli starnazzamenti dei soliti neocon a proposito dei “diritti di israele” (tacendo sugli “arrembaggi” impuniti ai danni di certune navi di soccorso…), alle sparate di Berlusconi sui “giudici garanti di spiare i cittadini perbene”, a quelle di Ratzinger sulla Chiesa “vittima di se stessa”, la scelta è vasta. Onde evitare d’impantanarsi, non rimarrebbe che illustrare un quadro globale, facendo il punto sommario della situazione.

Viviamo in un mondo inguardabilmente schifoso: la cosa più grave è che molti lo dicono, ma dato che “non si può fare nulla”, tanto vale rassegnarsi e lasciare che le cose svolgano il loro corso. Certuni anelano al ritorno alla pietra focaia, ovvero alla distruzione della civiltà umana, per decrementare l’indice demografico (nell’Occidente, ingigantito dal crescite et multiplicamini voluto dalla Chiesa…) e poter ricominciare. In fondo, prima o poi accadrà perchè è scritto nei “libri sacri”, e solo gli eletti (cioè loro stessi…) si salveranno: tanto vale sperare che la Fine giunga quanto prima. Costoro pretendono, infatti, che questi tempi siano il risultato dell’aver “dimenticato Dio”: a parte l’assurdità di una simile pretesa (che si traduce con “l’uomo non obbedisce più alle cretinate che predichiamo, grazie alle quali ci versava laute decime senza fiatare”…), in realtà il declino attuale è dovuto al fatto che i “precetti divini” sono ormai andati a male: essendo stati escogitati per tenere a bada gli uomini del loro tempo, non possono più reggere la mutazione attuale, dovuta a fattori di progresso tecnologico ed alla comunicazione globale.

Quest’ultima ci ha resi capaci di confrontarci in real-time con persone di varia opinione da ogni parte del mondo, rendendoci parimenti scettici e accorti in quanto capaci di demistificare gli antichi raggiri religiosi, mentre il cellulare ed internet ci hanno resi rintracciabili ed atti a comunicare da ovunque, attingendo ad un bacino di informazioni sempre più vasto. Ma questo non è un progresso asintotico: una volta raggiunto un limite di categorie associative possibili (e sono ben poche, in relazione a quegli strumenti), ci si ferma, si ristagna. E allora iniziano i guai.

L’iper-tecnologia e l’allargamento della società globale ci hanno messi dinnanzi a un bivio d’Ercole. La seconda ha portato al nazionalismo ed al razzismo, per difendere “l’identità nazionale” (leggasi “regional-territoriale”…): e su questo non è necessario diffondersi, dato che è tutto ben visibile a chiunque (tranne forse ai nostalgici del Ventennio). D’altronde, la virulenza della situazione fa sì che, nella ricerca affannosa di un’identità che non abbiamo mai avuto dacchè Roma è caduta in mano al cristianesimo, ci si rifà a “modelli” stranieri, cercando di sentirsi italiani sulla base della loro negazione. La prima causa, invece, ha implicato tendenza al lassismo e all’ipocrisia: ciascuno di noi, coi nostri bravi cellulari e notebook, abbiamo ormai l’impressione di poter raggiungere chiunque ed avere tutto ciò che vogliamo in un batter d’occhio. Di converso, la gente ha smesso d’interagire in carne ed ossa (anche perchè ha paura a farlo, a sentire quanto capita in giro quotidianamente): cause come le malattie sociali e l’intrinseca povertà (dovuta alla virtualizzazione, che fa dimenticare il modo pragmatico d’ottenere le cose), arricchiscono il problema.

Si crede che la tecnologia sia arrivata a un punto eccelso: in realtà, ci si sta soltanto riciclando e fossilizzando sul gadget (anche per massimizzare i profitti con oggetti usa-e-getta e alla portata di tutti). Si punta sul telefonino per andare sul sicuro: perchè sforzarsi con oggetti veramente innovativi? L’i-pod e l’i-phone hanno creato torme di alienati che cadono nei tombini mentre fanno jogging; l’i-pad ci ha fatto perdere il piacere di toccare un libro di carta, con grande vantaggio per l’ecologia (sempre se ciò accadrà su larga scala…), ma svantaggio per la salute della vista e del cervello. I movimenti clonati, ripetitivi, robotici, accentuano la dipendenza dal gadget.

Insorgono pure specifiche patologie (tunnel carpali, scoliosi, malocclusioni, congiuntiviti, obesità, alzheimer, parkinson, dipendenza da terminale, epilessia), oltre ad una grave disalfabetizzazione dovuta all’abitudine di condensare gli scritti per adeguarsi alla velocità del dialogo in real-time, ed infine per disabitudine allo scrivere a mano (specie con l’avvento di microfoni e cam): errori ortografici e grammaticali persino in giornali famosi (cartacei e non), nascita di nuovi gerghi, insofferenza verso le correzioni (viste come “fascismo impositivo” da parte di “professorini”), individualismo, ribellione.

Di parallelo, a proposito di errori ortografici, la predilezione per l’immagine e il suono rispetto allo scritto (che lasciava spazio all’immaginazione creativa), nonché la diseducazione e l’insofferenza verso l’ordine, ingenerano volgarità e massificazione. I media non aiutano: anzi, rincarano la dose. L’aver “reviscerato” la TV tramite l’immissione di elementi popolari (nel senso di “tratti dal popolo”) non ha certo giovato alla qualità dell’informazione. Il popolo è immediato, sanguigno, volgare: il compito della TV e dei media in genere dovrebbe essere quello di de-volgarizzare, educare, informare. E allora eccoti la massaia grassoccia che schiamazza nel talk show, l’anoressica cadaverica si spaccia da vamp in chat, o ragazzini autoconvinti, drogati da eroi digitali e pseudoscienze, che  spadroneggiano e svillaneggiano da dietro un pc, confidando nell’impunibilità dell’anonimato e della minore età… Se la gente crede che questo sia il progresso, allora ha perso il senso della fantasia: in verità, ci si sta stereotipizzando e atrofizzando. Siamo diventati tanti “i-diot”.

La maleducazione giova all’incentivazione del caos, che ha una sua origine ben individuata: è figlio di un Sistema-Italia ben consolidato, che ha la sua sorgente d’imprinting nella mentalità informata alla “tradizione”. Gli unici interessati a fomentarlo, sono coloro i quali traggono interesse dalla confusione, di modo da sviare l’attenzione della gente verso altre esche. Ad esempio, chi possiede delle TV private, può benissimo ammannire sistematicamente al beota telelobotomizzato donnine scosciate e risse televisive, col pretesto di “rompere con l’ipocrisia borghese” (dei servizi statali, beninteso…): agli inizi quest’agenda potrà pur risultare placita e ben accolta, ma alla lunga potrà causare soltanto un’implosione.

Nella graduale escalation di populismo mediatico avvenuta nell’arco di questi vent’anni, il turpiloquio è diventato prima simbolo di individual-chic, poi di aderenza al popolo, ed infine qualcosa all’ordine del giorno: anzi, se non ti scappa di bocca un “cazzo” di tanto in tanto, sei “out”. L’intellettuale compìto, pulito, serio, in una società invertita come quella attuale, non trova luogo, “non è credibile”: deve dire qualche luridata ogni tanto, senò “è lontano della gente”. Ecco dunque che opinionisti laidi e beceri insultano aspramente l’avversario, inventando ardite menzogne per prevalere a tutti i costi, mentre spettacoli diseducativi e lobotomizzanti sono imposti ad audiences d’età indiscriminata. E allora ecco nani e ballerine ipocriti e ignoranti, emettere striduli panegirici riciclando sempre i soliti aggettivi (“fantastico”, “straordinario”, “eccezionale”), zompettando qua e là sullo sfondo di programmi inguardabili, voluti da dirigenti di dubbio costume ma comunque pii. Psichiatri con la croce al collo (anche la sveglia…) fanno spudorata apologia religiosa, inveendo contro l’ateo “ignorante come una capra”, senza pensare un solo istante di stare a difendere divinità onnipotenti, invisibili e suicide (come dire, medice cura te ipsum…).

Nel tentativo d’essere originali, si scade nello snobismo al limite del ridicolo, con conseguente accentuazione dell’interesse per il particolare, perdendo così di vista il quadro generale (un assetto che, ridotto in termini psicologici, implica connotazioni patologiche). Il manierismo sistematico logora: il populismo eccessivo diseduca e fa ristagnare l’inventiva. Ecco dunque bambini a cui fanno cantare, con voce sforzata e atteggiamento ridicolmente blasè, canzoni di quarant’anni prima (al pari dello stile inguardabile dei loro vestiti…), per la gioia di genitori beoti che applaudono estasiati. Ecco delle belle serate all’aperto ad esaltazione del santo di turno (oggi ad es. va di moda p. Pio), con corredo di cantanti, attori e testimoni eccelsi. Di converso, i programmi educativi vengono ridotti a pochissime uscite e spostati in orari proibitivi, oppure in giorni pressoché vuoti (ad es. il sabato sera).

L’insicurezza sessuale, la sazietà della pigrizia tecnologica, il livore e la rabbia per la povertà diffusa, l’individualismo (siamo solo noi e il ns cellulare) e lo snobismo digrignante contro il prossimo, alfine sfociano nel compiacimento per il macabro, il terrifico, il kitsch, il “misterioso”, il cattivo gusto, il paradossale al limite del ridicolo e del grottesco: il tutto anche come risposta ai problemi ed alla mancanza di capacità d’innovazione reale (quindi riciclaggio). Programmi e sceneggiati su autopsie ed interventi chirurgici; telefilm a pranzo e a cena su gente “capace di vedere i fantasmi”; cadaveri e scene raccapriccianti nei TG all’ora di pranzo o cena (forse si tratta di “inserti subliminali” per promuovere “inconsciamente” la cremazione?); format a dir poco inguardabili come Misteri e Voyager; notizie efferate date in pasto al pubblico con compiacimento per i dettagli rivoltanti… La rassegnazione e l’impotenza fanno sì che, quasi per un mea culpa nei confronti del marcio che caratterizza l’intera società, dei mostri diventano degli eroi da emulare e adorare: ragazzini imbecilli e vuoti (ma anche “grandicelli”) osannano efferati criminali, vampiri ed altre robe analoghe.

Parrebbe come se qualcuno desiderasse deliberatamente instupidire, impaurire, incattivire e far regredire la gente con palinsesti disinformativi e aberranti: fame più disinformazione significano un cittadino disinteressato delle tresche politiche, e che di converso sceglierà il politicante distinto, benvestito, ricco, rassicurante, da imitare per la sua “brillantezza” (leggasi “furberia”). Nel tentativo disperato di salvarsi per le loro malefatte, politicanti pluri-inquisiti e pregiudicati hanno inaugurato la forma mentis del manicheismo acritico, del cadimpiedismo a tutti i costi, del “mi faccia parlare e si vergogni” ripetuto come un mantra ipnotico: da un lato inneggiano alla Costituzione, dall’altro tentano di modificarla per camuffare qualche loro vizio privato.

Non si è più nè di Destra nè di Sinistra: si è soltanto per se stessi. Legulei impeccabili in pubblico e corrotti in privato, tentano d’imporsi come tribuni della plebe vaticinando dal finestrino del loro SUV (rifornito di carburante statale…), ripetendo sempre le stesse cose: “gli italiani non si fanno prendere in giro”, “gli italiani devono sapere”… Gli “italiani”, si badi: non si dice più “il cittadino”.

La loro politica si riduce tutta a slogan collaudati: “si vergogni!”, “vada a lavorare!” ed altre esclamazioni del genere, tipiche di periodi in cui il regresso cultural-ideologico ha raggiunto i suoi massimi, giungendo per disperazioni persino all’infantilismo. Il populista punta sul sicuro per captatio populi: ci si ricicla sulle vittime della mafia (divenuti grottescamente protagonisti di fumetti e cartoni animati), oppure sulla violenza alle donne, la shoà, le foibe… Un continuo, costante penitenzialismo martellante pervade una Nazione sempre più allo sbando e carica di disoccupati, mentre dall’alto riecheggia un petroliniano “ma cos’è questa crisi?”.

La tecnologizzazione e l’inclusività coartata del mercato produttivo (dipendente dalla tecnologia: che da un lato ha facilitato la produzione, ma dall’altro ha implicato inflazione produttiva ed meccanizzazione del lavoratore) snervano il lavoratore, riducendolo un ingranaggio incapace di fare altro: le crisi aggravano il problema, aggiungendoci il rifiuto di crearsi nuove attività produttive (anche in proprio) quando le fabbriche chiudono. Incitati da potenti ipocriti, che ottengono qualsiasi cosa con menzogna e crimine, i meno inclini alla fatica si adattano ai “nuovi tempi”: i nuovi modelli cui aspirare diventano politici, calciatori e veline. L’Italia pare esser diventata un paese ridicolo, come ha detto Cannavaro (che però non è stato sollevato dal ruolo di capitano della più disastrosa spedizione azzurra di tutti i tempi): sicuramente Dubai e le sue belle leggine su cosa si può o non si può fare, gli piaceranno di più!

Già: potevamo dimenticare il calcio? Una “religione” di energumeni pronti a tutto: anche ad ammazzare per la propria “fede”. Foraggiati da plutocrati incoscienti, cge bruciano milioni di euro per formare squadre di calcio “italiane” solo di nome, mentre c’è gente che tira a campare (male) con 400 euro al mese. Ma questo non importa: basta che esista questo “ammortizzatore”.

La mancanza di lavoro (ed anche il mito del “posto sicuro”, incentivato dalla paura di sporcarsi le mani: non sia mai!) ha creato fenomeni impensabili: figli che rimangono a carico dei genitori fin oltre i 40 anni, e poi ci si meraviglia se accadono tragedie familiari… incentivate dall’emulazione delle notizie date con dettagli che impressionano la gente, la cui psiche comune è già debilitata e disorientata da gravose esternalità. La velleità di fare “i signori”, l’adagiarsi nelle mollezze, la ricerca dei lussi, ha fatto sì che si importino “braccianti” esterni per fare lavori che nessun “autoctono” vuol più fare, in quanto “degradanti” (leggasi “produttivi”): così è in tutti i campi, da quelli agricoli a quelli di calcio. Abbiamo milioni di laureati abbacinati da un “salto di qualità”, che non possono certo finire per accontentarsi di un lavoro manuale, dopo anni di “studio”: non si studia più per passione o scoprire qualcosa, bensì nella prospettiva di facili guadagni col minimo sforzo. In compenso, diamo lauree ad honorem a saltimbanchi ed altri perfetti ignoranti, mentre cervelli sopraffini sono costretti ad emigrare all’estero, perchè in Italia si tagliano i fondi alla ricerca, ma non stipendi e benefici ai parlamentari.

Cosa vieppiù grave, la dipendenza dalla “super-tecnologia” (apparente) implica il credere che tutto possa essere fatto senza muovere un dito; nell’èra del virtuale, i bambini credono veramente che i succhi di frutta nascano già nei tetrapack, cannuccia inclusa. Nessuno vuole più lavorare la campagna (ci si sporca!), e si arriva persino ad inventare una “stampante per stampare il cibo”, con la quale (così disse un “esperto”) magari si potranno risolvere “i problemi del terzo mondo”! Il pane non lo mangia più nessuno: spot inguardabili e ipocriti pubblicizzano “merendine per saziare il vostro bambino nutrendolo”, o che invitano a fare comprare “la cremina coi biscottini” per “fare l’amore col sapore”. Nel frattempo, accaparratisi i vostri recapiti domiciliari “col vostro consenso”, odiosi centralinisti con la R moscia vi bombardano quotidianamente per farvi passare col “nuovo gestore”, e se non accettate vi riempiono di improperi.

Com’è tipico dei periodi decadenti, si respira un’aria che richiama il periodo nazi-fascista. Si anela al “rigore” per raddrizzare la barca: si dimentica la storia, si inneggia al revival, a “vendette storiche”, alla “purezza”… regolarmente trasgredita, dato che le nostre donne sposano volentieri stranieri (a caccia di cittadinanza… in un inesistente paese di Bengodi!) a cagione del “fascino dell’esotico”.

Italiani disconoscono italiani: separazione, secessione, odio etnico e vagheggiamento all’Italia dei Comuni, più facilmente controllabile dai plutocrati che si spacciano per politici. Si riapre la caccia al “diverso”, “untore” di “decadenza” della “maschilità”; e caccia anche allo straniero, “venuto qui per rubarci lavoro e donne” (!), come sentìi dire ad un imbecille nazionalista rimasto ai tempi dell’Amba Alagi. In realtà, è il lassismo di un’Italia per altri versi permissiva fino agli eccessi, a far sì che lo straniero non rispetti il suolo che lo ospita. L’accettazione e la cognizione di altre culture oltre la nostra locale, ha implicato perdita d’identità nazionale.

Una strana frenesia, egoismo, malumore, diffidenza, pervadono l’uomo, sempre più idiotes, cioè “solo per se stesso”, alienato da un contesto in cui esiste soltanto per il proprio tornaconto: gli altri esistono soltanto per fregarli, deriderli, criticarli. Non hai l’ultimo telefonino? Non hai la fuoriserie? Perdente! Ma come puoi fare senza!? Tutto ciò porta, inoltre, ad una staticizzazione ed all’eccesso della valorizzazione dell’apparenza, del fatuo. La miseria, l’insicurezza e la vuotezza interiore si corporificano nella ricerca del monumentale, del glamour, del feticistico e dell’inutilmente dispendioso: il SUV ha comportato la revanche del supercafone parvenu e prevaricatore, che ruba il posto a quattro utilitarie ed inquina per dieci con estrema nonchalance.

L’insicurezza sessuale (che a mio parere è stato il fattore scatenante del cambio epocale) ha implicato un intimidimento del maschio e un’accentuata aggressività della femmina, con conseguenze catastrofiche sia per i ruoli sessuali (vedi la concomitante rivalutazione dell’omosessualità e del travestitismo, fino a giungere agli estremi del “cambio di sesso”) che per i valori reali: il matrimonio diventa uno stereotipo (ci si sposa e si fanno figli “perchè si deve”, senò “non si è normali”), i tradimenti si moltiplicano, al pari dei comportamenti promiscui e licenziosi, sin da giovanissima età. La tecnologia ha modificato anche l’approccio sessuale ed il costume sociale: lungi dall’unire le persone, i “social network” alla lunga amplificano insicurezza, ipocrisia, illusione e solitudine.

Il sessualmente deviato, incentivato dalla “tolleranza” (che deve esserci: senò “non siamo moderni”…), ora esce allo scoperto a valanga: anzi, i casi aumentano, dato che le inclinazioni ormai vengono assecondate, e la legge da man forte alla loro causa. Se dai del frocio a qualcuno “per offenderlo”, rischi la galera. Se invece gli dici “rottinculo”, più probabilmente la passi liscia: è una mera questione “semantica”… In fondo, lo stato della giustizia è allarmante. Ad esempio, se maltratti un cane, finisci in galera: se sei straniero e maltratti tua moglie, vieni assolto, perchè il tuo “codice etnico” ammette di maltrattarla. E non è finita: oggi rischi la galera persino se mostri il dito medio! Allora è proprio vero: come diceva quel grande, “più sono le leggi, maggiore è la corruzione”…

Oggi l’omosessualità è definita “cosa normale”. Dal punto di vista sentimentale, magari è “normale” che accada, come compensazione di qualche trauma infantile: dal punto di vista fisiologico, è ritenuta chiaramente qualcosa di anormale sin da quando esiste il genere umano. Viceversa, non esisterebbero due sessi, mi pare. Ciò non toglie comunque che si debba pensare di pestarli mandarli come minimo al confino perchè sarebbero un”‘offesa a Dio”: quello sesso dio che, evidentemente, non parrebe offeso d’averli voluti così…
La cosa più assurda è che a propugnarne la “normalità” siano soprattutto le donne; probabilmente data la natura leggera che le caratterizza. Invidia penis? Sono strane, queste donne che da un lato si lamentano della mancanza di “uomini veri”, e dall’altro difendono la “libertà d’essere gay” (!): anche questo è un segno di tempi in cui la permissività manieristica sfocia nel licenzioso e nel paradosso. La donna, rassegnata dall’endemico rinfroscimento del maschio (e in un certo senso godendone, dopo millenni di servitù e umiliazioni), si adatta a questa “trasformazione”: ecco che assume posizioni di comando, prende ciò che vuole e si arroga la “virilità” che l’uomo non riesce più ad ostentare. Coadiuvate da un assurdo, melenso battage pubblicitario, che tenta di far leva sul senso di “cooconing” tipico di epoche incerte, queste subspecie di virago amplificano all’estenuazione il concetto dell’amore, del sentimento, del matrimonio, dei figli, giungendo così allo snervamento ed alla saturazione del maschio, fagocitato da un eccesso di mollezze non richieste.

L’inversione dei ruoli comporta anche quella dell’apparenza: tredicenni che sembrano ventenni, cinquantenni che sembrano ventenni:. Ne consegue che non puoi muoverti di un passo, che rischi la galera per “pedofilia”, o di finire a letto con qualche vecchiarda stuccata da teenager, ma con le ragnatele dove non batte il Sole. Intendiamoci: la pedofilia, così come la molestia sessuale, è una piaga atavica, tanto quanto atavica è l’omosessualità. Il problema sono gli eccessi di informazione spinta, che accentua i crimini.

Anche il costume, la moda, ‘atteggiarsi, sono talmente deviati, che tutto quanto era buono e retto vent’anni fa, oggi è cattivo e pervertito, e viceversa. Complice un revival anni ’70 (non certo caratterizzato da linee sobrie e virili…), stilisti talmente checche che avrebbero fatto crescere la barba a Marilyn Monroe (e purtroppo, anche più vergognosamente ricchi…) fanno andare in giro un uomo da far schifo persino al Pupetto Montmartre di Totò a colori! Ora l'”uomo” (chiamiamolo così…) ha “scoperto il piacere di curarsi fisicamente”: la quale locuzione, tradotta dall’ipocritese, significa ritoccarsi le sopracciglia (“virilmente”, però…), cospargersi di creme e ricoprirsi di tatuaggi da far vomitare persino un galeotto.

Sicuramente siamo nell’èra del “si salvi chi può”: è un periodo nervoso, la gente ha poco tempo, che passa a caccia di soldi e a “divertirsi”, preferibilmente con cretinate come droghe, videogiochi, suonerie… Se non fossi un cartesiano, direi che gli influssi di Plutone e Nettuno si stiano facendo sentire!

Seriamente parlando, non è ritornando al passato e riproponendo “valori tradizionali” come l’icona di Dio, che si fermerà la distruzione dovuta agli eccessi di tecnologia e comunicazione, coadiuvata dall’attività di rapina da parte di potenti che non hanno mai fatto segreto d’essere buoni cristiani; la fine del mondo non è voluta da Dio, ma dall’uomo che ha creduto in esso. D’altronde, la Chiesa non s’è mai opposta al disboscamento spinto, ai disastri ecologici, alle stragi di animali in estinzione, allo sfruttamento delle risorse: anche perché “è noto” che la Terra sia stata messa al servizio dell’uomo per volere di Dio (leggasi “si tratta di attività che giovano alle corporation, di cui siamo azionisti per vie più o meno traverse”…).

In sostanza, si è persa l’umanità, la capacità di capire che veniamo dalla terra, nel senso di humus: s’è persa l’umiltà (dal latino humilis). Tutto ciò ha comportato, di parallelo, una corsa all’iper-consumismo, con conseguente disprezzo della natura, delle sue risorse e del pianeta stesso. Tutti questi problemi si risolvono con la consapevolezza del fatto che sono stati causati dagli eccessi, e che occorre convivere con ciò che non è possibile distruggere, senza però adattarsi ad esso nè farsi distruggere da esso.

Nel frattempo, magari i più faciloni si sorbiscano quest’ovetto fresco fresco di giornata, come “promemoria” del Kali Yuga venturo.

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2 risposte a “La società cristiana verso l’apice del Kali-Yuga

  1. Uha! Uha! Uha! Che tirata…! Ma scusa tanto, nel titolo hai tirato in ballo il Kali Yuga e poi non ne hai più parlato…

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    • Era per far sì che se ne interessassero o intervenissero sull’argomento (ed anche per evitare che, parlando pure del Kali-Yuga, l’articolo diventasse lunghissimo).
      In fondo, la sequela di problemi illustrati potrebbero dare comunque un’idea di cosa possa trattarsi.

      😉

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