Libertà, arbitrio o anomia?

Svcriveva Platone nella Repubblica:

Quando un popolo, divorato dalla sete di libertà, si trova ad avere a capo coppieri che gliene versano a volontà fino ad ubriacarlo, allora accade che, se i governanti resistono alle richieste dei sudditi sempre più esigenti, son dichiarati “tiranni”. E avviene anche che chi si mostra disciplinato nei confronti dei superiori è definito “un uomo senza carattere”, “servo”; che il padre impaurito finisce per trattare il figlio come suo pari, e non è più rispettato; che il maestro non osa rimproverare gli scolari, e costoro si fanno beffe di lui; che i giovani pretendono gli stessi diritti,la stessa considerazione dei vecchi (che, per non sembrare troppo severi, danno loro ragione). In questo clima di libertà, nel nome della medesima non vi è più riguardo né rispetto per nessuno. In mezzo a tanta licenza, nasce e si sviluppa una mala pianta: la tirannia.

La libertà è un bene prezioso. Un amico mi diceva che senza libertà non avrebbe senso nemmeno vivere; in realtà, la cosa non è così drastica, ma si avvicina comunque alla verità dei fatti.
Gli “atei” hanno una concezione molto particolare della libertà; anzi, spesso ho come l’impressione che si diventi “atei” più per ricerca di libertà personali che si vorrebbe estendere “a tutta l’umanità” (lo so: spesso si perde anche il senso del reale, quando si smette di credere in Dio, annessi e connessi), anziché per perseguire un ideale di giustizia contro le frodi costituite dalle religioni. Quel tipo di ateo è, naturalmente, fermo ad uno stadio ancora basilare dell’ateismo: sebbene anche il typos altruista aneli comunque ad un riconoscimento delle proprie libertà personali, queste ultime non sono, come nel primo caso, specialmente tendenti a specifiche a carattere sessuale, pratiche di costume bislacche ed eccentriche o vizi ed eccessi di vario tipo, che non verranno mai riconosciuti dalla comunità come “valori” o attitudini tutelabili.
Essere “atei” implica darsi un codice coerente e razionale, racchiuso in una direttiva d’azione; il che non significa dover atteggiarsi anche ad essere automaticamente come dei “buoi senza campana” semplicemente per differenziarsi da chi, tradizionalmentte, tende ad associare rigore ed osservanza di regole a una società “religiosizzata” (ovvero, una che ha in Dio il pivot su cui ruotano azioni e decisioni). Questo tipo di società è chiaramente efficiente, sebbene il fulcro su cui essa vede svolgere le proprie sinergie sia evidentemente falso, fungendo essenzialmente come collettore od “ombrello” sotto le cui falde vanno a ripararsi i cittadini, nell’illusione d’ottenere un minimo comune denominatore che metta tutti d’accordo. Dall’altro canto, accettare l’inesistenza di Dio non implica di certo che una società debba diventare per forza di cose anelastica o “anomica” (termine di per sé già improprio, in quanto improponibile su vasta scala): una società “viva” tende sempre a regolarsi, per garantire la vita, l’esistenza, la sussistenza e la serenità di gruppo, che implica di riflesso anche la libertà ed il benessere per l’individuo. Dunque, la pretesa che senza religioni ci sarebbe il Caos, è essenzialmente terrorismo psicologico infondato.

Uno degli effetti principali del non-credere, è, paradossalmente, la critica indiscriminata contro chiunque abbia un punto fermo; tale attegiamento, che viene equivocato come sintomo di “umiltà” e “liberalismo”, costituisce, specificamente, il Supplizio di Sisifo cui ha sempre sottostato l’ateismo. La tendenza a non pronunziarsi (e a non desiderare che qualcun altro affermi in maniera perentoria le proprie convinzioni), molto spesso propugnata sotto la maschera della necessità di “moderazione”, è caratteristica di chi vorrebbe imporre indirettamente la propria verità a qualcun altro; ci si atteggia a liberali, ma in realtà questo modo di fare è precipuo di un’epoca molto confusa, nella quale ci si appiglia a “temi sicuri” (tipici sono quelli umanitari, libertari, di difesa dei deboli, di “ribellione contro tiranni e potenti”) per ottenerne una gratificazione come persone “moderne”, e si nega apriori l’opinione altrui onde evitare d’ammettere che sia migliore della nostra.
Dall’attestazione della propria libertà, all’invasione di quella altrui ed al negare la possibilità di una “verità assoluta”, il passo (nel qualunquismo) è molto breve: in tal modo sarà possibile sentir dire a un sedicente ateo (ma in realtà agnostico o credente “in closet”) ad esempio che non sia possibile provare l’inesistenza di Dio con certezza assoluta, che un conto sia Dio, un altro i farabutti che si spacciano per suoi portavoce, e tante altre cose del genere. Infatti, questo tipo di atei sono soliti affermare che non esistano verità assolute: ciò è improprio, in quanto possiamo dire con assoluta certezza che gli dèi dei “libri sacri” (ed anche quelli che potremmo immaginare per superarli) che li definiscono “verità assoluta”, siano inesistenti.

Al non abbracciare una tra le tante erronee opinioni tradizionali, si preferisce dunque far sì che sia la propria, a costituire canone di verità per se stessi, nella velata velleità che essa valga per tutti gli altri: tra i greci, questo modo d’essere aveva una denominazione ben chiara, cioè “idiòtes” (“uno che sta per se stesso”, donde il nostro “idiota”), che era una variante derogatoria di “laico”.
Purtroppo, la società attuale è considerabile soprattutto proprio come un insieme non di laici, bensì di idiòtes lobotomizzati davanti ad uno schermo: questo genere di paradossalità egocentristica è un manierismo tipico di un’epoca in cui i dialoghi si svolgono secondo modelli “asintotici”, cioè tali da fomentare un’eterna discussione che non approdi a nulla fuorchè ad un continuo sfogo fine a se stesso. Nell’èra “internettiana”, questi strumenti sono rappresentati da medium d’interazione indiretta come forum, blog e social network, ridotti dalla massificazione selvaggia perlopiù a covi di sputasentenze xenofili arrabbiati, banalisti della solidarietà pantofolaia forzata e buonisti sbatticiglia deliquianti. È assai facile criticare tutto e volere la distruzione di qualsiasi cosa, ergendosi a paladini del “debole”, senza con ciò proporre d’edificare delle alternative funzionanti (altrimenti verrebbe meno pure la “libertà” del non sottostare a strutture organizzate…): altrettanto facile è farlo da un pc ultimo modello, seduti dalla comoda poltrona dalla propria casa ben riscaldata e provvista di tutti i comfort a portata di mano.

Questa concezione della libertà è una degenerazione della nozione secondo la quale si interconnette “eterna ricerca”, “eterna polemica” e “continuità della specie”, al punto che, qualora pervenissimo ad un qualche risultato certo, temeremmo di non avere altri argomenti su cui discutere, per sentirci “dinamici”; ciò è più che vero per quanto riguarda Dio, che, essendo alla base di tutto, rischia (secondo i “soliti”) di trascinare tutto il meccanismo sociale nella sua tomba.
Purtroppo per questi “ribelli parziali”, anche il credere d’essere liberi e di “non avere regole” è comunque una caratterizzazione: è “la regola di non avere regole”, con l’accezione che essa è applicabile soltanto tra le proprie quattro mura e in gruppi di persone accomunate da un’idea condivisa, finché i membri accetteranno la convenzione per la quale nessuno dovrebbe oltrepassare la soglia di quel principio di falsa stasi, messo a garanzia dell’immobilismo. Ahimè, le idee vengono comunque e sempre “imposte” prevalentemente da parte di una qualche persona di “carisma”, che, per “intuizione” o “ragionamento”, compie un elaborato su un dato tema: poi vengono accettate, discusse, perfezionate o rifiutate dagli altri sulla base del loro livello di plausibilità (o della volontà del “carismatico”), desunto dal rapporto con esperienze precedenti.

Dunque, ciò che queste persone equivocano come “libertà” od “apertura mentale”, in realtà è piuttosto carenza di punti fermi. Ho già ben constatato di persona in che modo, quando ci riunisce tra individui teoricamente accomunati da un’idea condivisa, ci si trovi spesso a doversi districare tra la libertà individuale e quella di gruppo: ciò è verissimo appunto per quanto riguarda quelli non accomunati da un’egida divinistica. Già in sé per sé, il gruppo non può avere una libertà fuorchè nei suoi individui presi a sé stante, perché quando si interagisce per un fine comune si deve avere coerenza e soggiacenza all’obiettivo da perseguire, secondo metodi e stili che, già ipso facto, implicano dunque delle regole (anche per poter gestire ed impartire azioni a più persone).
Sia chiaro una volta per tutte: sebbene certa gente non ami le definizioni, ci si dovrebbe rendere finalmente conto che l’ateismo non sia uno status, bensì un utensile che indica la strada per conseguire lo status. La verità è che senza religione l’ateismo non avrebbe alcuna ragione d’essere, dato che è “nato” come insieme di “strumenti” per contrastare le assurdità propugnate dalla prima. Esso è un “modulo di pensiero”, non una “moda” nè uno “stile di vita”, che però può indirizzare uno stile di vita libero dalle pastoie, ma sempre e comunque nel rispetto del prossimo.
Per tutto ciò, è da veri cretini asserire che l’ateismo sia un “religione” o che possa sostituirsi ad essa, causando la “catastrofe”, così come il temere che, una volta venuto meno il target dell’ateismo, l'”ateo” non avrà alcuna ragione d’essere (e dunque verrà meno il presupposto d’input del suo status): una volta tolta la causa, rimarrà solo l’uomo nella sua umanità, senza necessità di contrasti assurdi (o perlomeno, non basati su assurdità).

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