La fuga davanti a Dio (prima parte)

La fuga davanti a Dio

Davanti a Dio l’uomo è fuggito in tutti i tempi,

ma tra la fuga di oggi e ogni altra c’è una differenza.

Una volta la fede costituiva l’universale, esisteva

prima dell’individuo, e c’era un mondo oggettivo della fede;

la fuga avveniva soltanto perché il singolo, con un atto di

decisione, si staccava dal mondo della fede; era costretto

a crearsi da sé la propria fuga, se voleva fuggire.

Oggi avviene il contrario: la fede come mondo esterno

oggettivo è distrutta, in ogni momento l’individuo

deve ricrearsi la fede con un atto di decisione, staccandosi

dal mondo della fuga; perché la fuga, non più la fede, esiste oggi

come mondo oggettivo, ed ogni situazione in cui l’uomo può venire a trovarsi è a priori, senza che l’uomo contribuisca a crearla, una situazione di fuga, ormai naturale: in questo mondo tutto esiste soltanto sotto forma di fuga. E’ vero che si può trasformare, con un atto di decisione, qualsiasi situazione di fuga, nella corrispondente situazione di fede, ma non è facile. Ed anche se a un singolo uomo riesce di strapparsi dal mondo della fuga e di giungere alla fede, riesce a lui solo, al singolo; il mondo della fuga esiste indipendentemente dalla sua decisione. Sembra che fuori dalla fuga non ci siano uomini: l’uomo esiste soltanto nella misura in cui prende parte alla fuga. Un uomo vive e in quanto vive fugge. Vivere e fuggire sono una cosa sola. L’individuo esiste anzitutto come uno che fugge; solo più tardi, con la riflessione, egli scopre che forse potrebbe esistere anche una cosa che non fugge. La fuga gli è così propria da rappresentare per lui la normalità, non l’anormalità. Se la fuga è una cosa a sé, indipendentemente dall’uomo, non ci si domanda più perché si fugge, e ci si dimentica che si fugge davanti a Dio. Ogni contrasto che nel mondo della fede avveniva nell’intimo dell’uomo, ogni decisone interiore se fuggire o no, è trasferita in un’indecisione esteriore, nel dinamismo esteriore della fuga. La fuga si è resa indipendente, come se non avesse mai avuto alcuna relazione con l’intimo dell’uomo; ha preso ormai una vera e propria forma oggettiva, dotata di sue leggi particolari. E’ diventata così autonoma che si fuggirebbe anche se l’uomo dimenticasse di fuggire. Non è più necessario un atto particolare per fuggire davanti a Dio, non c’è più nessuna pausa nella condizione di fuga, nessun alternarsi tra il fuggire e il non fuggire; la fuga è così continua, così naturale come l’aria, così naturale da dar l’impressione che nulla sia mai esistito all’infuori di essa; fuga primordiale: in principio era la fuga. Nel mondo della fede l’uomo nasce per realizzarsi nella fede; la nascita è l’inizio della realizzazione; nel mondo della fuga essa è invece la fine della realizzazione e tutto ciò che è realizzazione sembra trovarsi nel passato, prima della nascita: ora con la nascita comincia il nuovo, la fuga. La nascita è il salto nella fuga. Forse una volta qualcuno, in un momento di angoscia, ha tentato di tirarsi in disparte perché la fuga non lo coinvolgesse, ma essa avanza, mostruosamente grande, gli dà un senso di vertigine, ed egli cade, cade nel suo flusso e il suo moto immane assorbe quella vertigine, come se altro non fosse che una preparazione a quel moto, come se altro non avesse fatto che attendere la fuga. Forse c’è qualcuno anche in fondo, in coda alla fuga: e sembra sul punto di sottrarsi furtivamente alla fuga, – ma in realtà egli è fermo soltanto perché sta riflettendo in quale punto sia meglio prendere parte alla fuga, o forse perché è stato comandato a questo posto, in coda alla fuga, alla retroguardia. Forse c’è anche un paio di vecchi che si muovono lentamente in mezzo ad essa; sono i superstiti di una fuga precedente e come in sogno tentano di ritrovare a tastoni il moto di quella loro fuga precedente.

Dedicato da louxien a freespirit

tratto da Max Picard  “Die Flucht Vor Gott”  1948

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7 risposte a “La fuga davanti a Dio (prima parte)

  1. Invece di “fuga davanti a Dio” direi “fuga verso Dio”.
    Mi pare che le divinità siano state e costituiscano il ricorso a soluzioni “esterne” alla normale esperienza umana per superare le difficoltà e i problemi altrimenti ritenuti irrisolti o non risolvibili e per dare “senso” all’esistenza. L’uomo primitivo si sentiva assediato da pericoli e da “misteri” per cui ricorreva naturalmente ad un animismo/a divinità di ogni genere, terrestri, astrali o “celesti”. Man mano che la conoscenza è riuscita a spiegare i fenomeni, le divinità sono diventate meno “terrene” e più astratte fino ad essere diventate tanto astratte da risultare “non verificabili”. A tali entità è possibile attribuire qualsiasi capacità o azione e nessuno potrebbe confermare o smentire…
    Del resto le stesse “dimostrazioni dell’esistenza di Dio” classiche si fondano sul concetto: “la soluzione non può essere trovata nella nostra realtà, QUINDI deve esistere un essere perfetto che sia la soluzione dei problemi fondamentali….”
    Ma questo tipo di ragionamenti non è valido in quanto dovremmo formularlo più o meno così: “NON CONOSCIAMO oggi (ci sembra che non ci sia) la soluzione ai problemi di fondo nella nostra realtà, quindi SUPPONIAMO l’esistenza di un essere in grado di spiegare tutto….”. Non possiamo escludere che in futuro si trovino le soluzioni all’interno del mondo stesso; ed anche ammesso che l’umanità non avesse la possibilità di giungere ad una conoscenza tale da spiegare tutti i problemi, rimarrebbe comunque un enorme salto tra l’ipotesi di una soluzione esterna e la sua esistenza reale…
    Inoltre, ripetendo quanto accennato altrove, mi pare soprattutto che l’ipotesi di un “Dio” perfetto, eterno, immutabile, esterno al mondo, ecc. ponga più problemi di quanti ne risolva per cui, dovrebbe essere considerata una ipotesi inammissibile dal punto di vista logico. Infatti, se senza ipotizzare un Dio non abbiamo la spiegazione del mondo, con l’ipotesi Dio abbiamo anche i problemi relativi sia all’esistenza di un tale Dio, sia a come, dove, perché e quando un Dio perfetto e senza tempo né spazio avrebbe creato il mondo…. Vedere: L’ipotesi Dio e la Filosofia
    Ritengo che la “fuga verso Dio” sia stata e sia una delle cause che hanno portato a poca cura e attenzione alla soluzione di molti problemi concreti del nostro pianeta a cominciare dall’inquinamento, dall’uso sconsiderato delle risorse, alle enormi ingiustizie globali, ecc. a causa dell’idea di fondo: importante è “l’altro mondo”/”alla fine c’è Dio che ci pensa”…..
    Pertanto, a meno che abbia interpretato male il discorso, direi che l’uomo è fuggito, e fugge dalla realtà concreta verso Dio, non viceversa.
    Farei un discorso tutto diverso per una “spiritualità genuina” e cioè per una ricerca non condizionata da paure o esigenze consolatorie, non derivata da presunte rivelazioni, e “razionale” del senso “ultimo” di se stessi e di tutto l’essere; qualcosa come la psicologia o un suo ramo….Ma questo è un discorso diverso…

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    • Caro freespirit, tenevo in modo particolare a farti leggere qualche breve estratto da questo bel libro di Max Picard del ’48.
      Aggiungo che sto preparando un breve MANIFESTO PER LA RINASCITA SPIRITUALE DELL’OCCIDENTE
      di cui pubblicherò col tuo permesso qualche estratto
      qui su Spiritualità Razionale.
      In merito al tuo commento volevo dirti che…

      La fede non ha nulla a che spartire né con il sapere né con la volontà, pur determinando entrambi.
      Non si può dimostrare ciò in cui si crede: ma non si può neppure credere in ciò che si dimostra. Gli oggetti di fede posseggono coordinate diverse da quelle dimostrabili. «Credo quia absurdum» è una delle nostre massime più profonde, una delle nostre espressioni-limite.

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      • Dici: “La fede non ha nulla a che spartire né con il sapere né con la volontà, pur determinando entrambi.
        Non si può dimostrare ciò in cui si crede: ma non si può neppure credere in ciò che si dimostra. Gli oggetti di fede posseggono coordinate diverse da quelle dimostrabili. «Credo quia absurdum» è una delle nostre massime più profonde, una delle nostre espressioni-limite.”

        Come ho scritto varie volte, se qualcosa si può dimostrare non occorre la fede: per convincerci che 5 + 5 fa 10 basta contare; non occorre la fede. D’altra parte, se qualcosa non è dimostrabile, non è rischioso, inopportuno e illogico fare il salto dal non dimostrato o non dimostrabile alla certezza della fede?
        Credo che si potrebbe parlare di ipotesi, di convinzioni personali, di probabilità più o meno forti; ma mai di certezze di fede da cui derivare, tra l’altro, altre certezze….
        Il “credo quia absurdum” lo trovo inaccettabile. Ad es. la frase: “ho visto un cerchio quadrato” è assurda. Secondo il “credo quia absurdum” dovrebbe portare a credere al cerchio quadrato proprio perché assurdo!!!

        Ho chiamato il blog “spiritualità RAZIONALE” proprio per escludere quello che è in evidente e diretto conflitto con la razionalità. “La spiritualità non può essere circoscritta o limitata solo a quanto può essere espresso dalla ragione, ma è irrinunciabile che la ragione metta dei paletti su quanto risulti razionalmente inaccettabile. La spiritualità può e deve andare oltre la conoscenza attuale, ma non contro la logica.”
        Per questo, se intendi che la ragione non arriva alle profondità o alle “finezze” della spiritualità, ma che tali “mondi” restano ipotesi, percezioni intime, sentimenti, probabilità, ecc. posso essere d’accordo, ma non se intendi “fede” come certezza.

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        • Ah, no. Certezze no di sicuro. Di solito seguo il principio di
          indeterminazione…ma tutte le ipotesi devono essere attentamente vagliate. La cosa può risultare scomoda e fastidiosa, lo ammetto: ma non ci resta altra via per avvicinarci (e sottolineo solo avvicinarci) alla verità.

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          • Allora ok.
            Procedi pure.
            Certamente non siamo tra quelli che hanno la verità in tasca e certezze su tutto!
            Per i “poveri mortali” come noi di certezze si può parlare quasi solo nelle scienze esatte.
            Il dubbio ed il vaglio di tutte le ipotesi plausibili sono alla base della conoscenza…..
            E’ come se fossimo immersi in una fitta nebbia: vediamo poco e in un ambito ristretto; dobbiamo andare a tentoni…

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  2. Grazie Louxien per la dedica

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