E’ finita, non abbiamo più niente

Da Il Messaggero – di Marida Lombardo Pijola:

L’AQUILA (7 aprile) – Un vecchio intontito cammina avanti e indietro lungo il Corso, il passo malfermo di un ubriaco. «E adesso dove vado, dimmi tu? Sai, la mia casa non c’è più, devo trovare un’altra soluzione». Discorre con il silenzio, lo interroga, ragiona con la saggezza stralunata degli anziani, nella pace sinistra e innaturale di una città di polvere, di morte, di nient’altro. Ora la terra trema con ritmo lento e regolare, sussurra minacce sommesse, a mezza voce. Ora nessuno le dà retta. Ora i sopravvissuti sono distolti dalla contabilità dei lutti, delle assenze, delle case sventrate, dei dolori, di quello che è perduto. Ora la morte non fa più rumore.

Ha fatto il lavoro che doveva fare nella notte, le è bastata una manciata di minuti. Poi, paga del bottino, si è placata: uomini donne bambini e anziani già allineati sotto i lenzuoli all’obitorio, altri che sono ancora sotto i nostri piedi, chissà quanti. Chissà se smetterà di lievitare, questo dannato inventario che si impenna con scarti di numeri a due cifre, costante, implacabile, inesorabile come il giudizio universale.

In giro solo spettri. «La casa, la casa, la mia casa». Il vecchio continua a elencare ciò che ha perso parlando con nessuno, arriva alla fine della strada, inverte la rotta, ricomincia, e il lungo cappotto gli solleva attorno nuvole gessose, e il fiato della polvere gli incanutisce la lunga barba grigia, mentre lo sguardo vuoto si incanta a monitorizzare quella sterminata valle di detriti, strade e vicoli e chiese e monumenti e case e palazzi sghembi, incipriati di calcinacci, sfigurati. Il vecchio cerca di riconoscerli, non può, nessuno può, nessuno riconosce nulla, neanche se stesso e la sua vita. Quasi più nulla, qui, assomiglia a ciò che era. «È finita. Non vede che è finita. Non abbiamo più niente. Mio marito è là sotto, sa?».

La donna col grembiule azzurro in vicolo Mazzini, guarda le macerie della sua casa, della sua vita, della sua famiglia. Piange, che altro si può fare? Piangere e basta. La terra ha scosso l’Aquila con furia, con l’energia rabbiosa di un’anatema, di una vendetta, di chissà che cosa, e l’ha lasciata inerme a giacere sul suo tappeto di rovine, a fare il conteggio incompiuto dei morti, dei feriti, dei dispersi, di quelli che sono sepolti ancora nel suo sottosuolo. E l’ha lasciata gemere con l’ululato delle sirene, con il lamento di vecchi, di bambini, di uomini, di donne, di cani, di gatti, di cornacchie, avvolta in un sudario di nuvole lattigginose e di detriti, una città che grida, e che singhiozza, e che inveisce, e non si riconosce, ancora accecata dal buio del terrore.

«Mia cugina non risponde al telefono», «i miei zii sono spariti», «e pure la cognata di Giovanni con le due bambini», e poi altri cugini e zii e cognati e figli e madri e padri, caselle vuote chissà se verranno cancellate con un sorriso di sollievo, oppure riempite con un nome e una data, e poi si piangerà di nuovo.
Intanto buste di plastica, valigie, zaini, trolley seguono passi frettolosi verso il nulla, ombre dagli occhi bui avvolti in mantelli di coperte, sopra le tute, i pigiami, le vestaglie. Sciamano silenziose, senza itinerario, fissando l’asfalto devastato, senza sollevare gli occhi su quello che hanno attorno.

Seguito

***

Di fronte a tragedie del genere restiamo sgomenti e ci sentiamo dolorosamente impotenti….

Quando la natura libera qualcuna delle sue forze, anche in modo lieve, l’uomo si sente un piccolo essere in balia della natura…

In questi casi, oltre al sostegno morale e psicologico che faccia sentire di non essere soli e di venire accolti dalla comunità, occorre ricordare e incrementare più che in qualsiasi altra occasione la solidarietà reciproca che è sempre e comunque il mezzo e lo scopo della società umana.

Se la partecipazione al dolore attenua il peso del disastro, la solidarietà permette la speranza concreta e di progettare la rinascita ed il futuro.

La società umana ha senso se ed in quanto esprime in modo reciproco la collaborazione, il sostegno, l’aiuto, la comprensione, la condivisione, il soffrire e il gioire insieme, ecc.

In ogni caso il dare aiuto in momenti di difficoltà ci fa acquisire il diritto di ricevere altrettanto nel caso ci trovassimo noi in qualche problema e ci fa sentire reciprocamente solidali e, pertanto, meno soli, timorosi ed indifesi per il nostro futuro….

Purtroppo, in caso di calamità naturali come questa, solitamente gli aiuti pubblici, nella migliore delle ipotesi e cioè quando non finisce in gran parte alla mafia, al clientelismo e ai profittatori, si disperde in rivoli e burocrazie…Le grosse somme richiamano grossi interessi e grossi “pescecani”.

Dopo il terremoto in Irpinia una signora diceva “i soldi dateli direttamente a noi….”

Forse un modo più pratico potrebbe essere che lo stato si facesse garante di mutui a tassi molto bassi o nulli (accollandosi la differenza di tasso). Il rischio sul capitale sarebbe relativo in quanto elargito per opere concrete per cui, in caso di insolvenza, potrebbe rivendicare la proprietà delle opere eseguite. Il costo degli interessi sarebbe comunque molto inferiore e distribuito su un lungo periodo…..
Oltre agli interventi pubblici e alla generosità dei privati, delle organizzazioni di volontari, ecc., per i piccoli interventi di riparazione alle case, alle attività commerciali e per piccole imprese si potrebbe pensare a forme di credito sul modello del Microcredito che ha avuto tanto successo in molti paesi. Il microcredito: un’opportunità per sognare

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