Messa a punto del taglio: criteri

Come aspetto della tradizione, la selezione dei libri per il canone fu graduale e, fino ad un certo grado, aleatoria. Fu il risultato di un accumulazione graduale dell’uso locale e poi di un confronto di tali versioni ed usi locali da concili più grandi. Rimaneva ancora un affare di abitudine e di costume locale finché i vescovi Cattolici ed i teologi principalmente anonimi nel secondo, terzo e quarto secolo cominciarono ad applicare determinati criteri per determinare il grado col quale avrebbe dovuto essere onorato un libro. Alcuni questi criteri di verifica sembreranno ormai familiari, ma io li discuterò ugualmente in ordine di importanza decrescente, notando come ogni argomento ha una tendenza a sprofondare in un altro.

In primo luogo, la cattolicità: Un libro era conosciuto ed usato liturgicamente per tutto l’impero? Se non fosse stato, era dubbio perché uno scritto realmente apostolico (vedi subito sotto) avrebbe avuto il tempo di circolare più ampiamente. In meno zone della chiesa era conosciuto, maggiore era la probabilità che potesse essere un falso recente. “Perché non abbiamo sentito parlare di questo Vangelo di Wally finora? Sento odore di topo” è come andò la logica. Il piccolo libro di 3 Giovanni ebbe difficoltà a passare nella raccolta su questo criterio, ma ci entrò perché era evidentemente dallo stesso autore della popolare e rinomata 1 Giovanni, così si ragionò che la relativamente breve lunghezza aveva fatto sì che fosse largamente sottovalutato. In pratica, la cattolicità ha significato “conosciuto più diffusamente” qualunque fosse il suo contenuto, perché la lunga familiarità e la diffusa lettura significava che c’era stata più occasione perché i bordi ruvidi fossero eliminati con l’armonizzazione dell’esegesi. Ma se non fosse stato familiare, il suono straniero della prosa saltava subito fuori.

Questo è quello che è accaduto al Vangelo di Pietro. Al Vescovo Serapione fu chiesto di esaminarne una copia nella Siria rurale ove era popolare. Il vescovo non ne aveva mai sentito parlare, così egli lo esaminò ma non vide alcun problema. Allora qualcuno consigliò un secondo controllo ed egli trovò segni di Docetismo, la credenza che Gesù fosse sembrato (Greco: dokeo) soffrire rimanendo divinamente impassibile. Così il libro fu condannato. Se il lettore interessato fosse cresciuto sentendolo leggere ogni Domenica in un contesto familiare, egli non avrebbe notato alcun problema più di quanto avessero le congregazioni siriane. In aggiunta, meno un libro era conosciuto, più facile era di escluderlo per considerazioni politiche poiché aveva meno partigiani per sostenerlo.

In secondo luogo, ortodossia. I contenuti promuovevano la regola di fede, che era la dottrina religiosa emergente? Di nuovo, la cattolicità avrebbe potuto superare questo poiché gli elementi non ortodossi potevano essere armonizzati se il libro fosse tenuto in grande stima. Per esempio, nessuna protesta sui numerosi versi Gnostici, doceti e adozionistici nelle lettere del Paolo. Anche così, l’evidenza di docetismo poteva pregiudicare la decisione, come con il Vangelo di Pietro o degli Atti di Giovanni. Un libro poteva essere respinto anche in base a qualcosa tanto semplice come la citazione di altri libri non più considerati canonici. Barnaba citava 1 Enoch come sacra scrittura e non è stato canonizzato; ma Giuda citava 1 Enoch ed è stato accettato, anche se qualcuno provò a sostituirlo con 2 Pietro, un libro che comprende la maggior parte di Giuda e taglia i riferimenti alla Assunzione di Mosè e 1 Enoch.

Un libro avrebbe potuto essere rifiutato anche non a causa di autentica eresia ma perché rischiava di lasciare entrare il naso del cammello sotto la falda della tenda. In questo modo, apocalissi tarde come il Pastore di Erma sono state considerate pericolose perché erano di una annata tarda e se si fosse potuto accettarle, non ci sarebbe stato più alcun motivo chiaro per non accettare le farneticazioni profetiche della profetessa Montanista Maximilla.

Altri libri sono stati rifiutati non tanto a causa del loro contenuto ma a causa della colpa per l’associazione dovuta all’uso lungo o notorio dalle sette eretiche. Il vangelo di Tommaso è stato probabilmente escluso perché Valentiniani e Manichei lo usavano. Le loro interpretazioni erano in alcun modo l’unico modo di leggere il libro, e se fosse stato incluso nel canone oggi non sarebbe sembrato eretico a nessuno. Il familiare Vangelo di Giovanni arrivò ad un passo dal condividere il destino di quello di Tommaso perché era popolare fra gli Gnostici, uno dei quali, Heracleon, scrisse il primo commento conosciuto su di esso. L’anti-Montanista Gaio pensava che fosse stato scritto dallo Gnostico Cerinto stesso. Un intero gruppo, definito dai suoi nemici gli alogoi (un gioco di parole: avversari del Logos/gli sciocchi), si opponeva a Giovanni. Ed infatti, Giovanni probabilmente era Gnostico. Come Bultmann ha mostrato, è stato attenuato “da un redattore ecclesiastico” per adattarlo alle orecchie ortodosse.

In terzo luogo, l’apostolicità. Era stato scritto da un apostolo o da un associato ad un apostolo? Noi abbiamo visto quanto fosse importante questo criterio, ma era una punta di cera aggiratoafacilmente. Se un libro fosse stato ampiamente conosciuto e ritenuto ortodosso, allora si poteva creare una stretta linea apostolica. In questo modo, per assicurare l’entrata nel canone, l’Epistola anonima agli Ebrei fu attribuita a Paolo. Era inoltre possibile sostenere un tenue collegamento fra la attribuzione di scrittore e un apostolo, come quando Marco fu reso segretario di Pietro e Luca di Paolo.

Se un libro suonasse troppo evidentemente eterodosso malgrado una attribuzione chiaramente apostolica, come i numerosi libri attribuiti a Tommaso, Pietro, Paolo, Mattia, Giacomo e Giovanni, avrebbe potuto essere scartato come falso. Mentre Eusebio abbracciava l’insegnamento chiliastico (millenaristico) dell’Apocalisse, la attribuiva a Giovanni, il figlio di Zebedeo. Quando rifiutò la dottrina, egli decise che l’Apocalisse doveva essere stata opera di un altro Giovanni dopo tutto. In modo simile, si è costretti a domandarci se il Vangelo di Matteo ricevette la sua attribuzione apostolica fu perché era di gran lunga il più popolare dei vangeli, mentre Marco e Luca furono condannati con elogio debole attraverso le assegnazioni di nomi sub-apostolici. Per il momento in cui il grossolanamente differente Giovanni veniva aggiunto all’equazione, Gaio, si ricordi, aveva suggerito Cerinto come suo autore in funzione del suo contenuto Gnostico. Per fare tanto fino ad assegnargli un pedigree completamente apostolico fu  necessario un duro contrappeso. Se nessuno lo avesse fatto tanto da accreditarlo a Cerinto, è probabile che nessuno lo avrebbe compensato in modo eccessivo attribuendone la paternità a Giovanni come scrittore. È parallelo alle critiche verso il Cantico erotico di Salomone nel primo secolo tra i rabbini. Un tale brano di pornografia non dovrebbe essere espulsa dalla lettura del pubblico e del canone? No, venne la replica. Infatti, il libro sarebbe particolarmente santo, rendendo chiunque che lo toccasse ritualmente sporco. Da un’estremità del pendolo all’altra.

In quarto luogo, la numerologia. Ireneo era disperato per includere Matteo, Marco, Luca e Giovanni ed ugualmente zelante nel cacciare fuori il Valentiniano Vangelo della Verità. Egli pensava ci potessero essere soltanto quattro vangeli canonici dato che ci sono quattro venti, quattro direzioni della bussola e quattro creature con occhi di Argo nella stanza del trono celestiale nel capitolo 4 dell’Apocalisse. Ireneo era anche attento al numero perfetto sette, il numero dei pianeti conosciuti agli antichi, ciascuno adorato un giorno della settimana. Le Epistole di Paolo furono organizzate inizialmente secondo le sette chiese riceventi: Roma, Corinto (1 e 2 Corinti un tempo combinate o confuse), Galazia, Filippi, Tessalonica, Colossi, Efeso. Ma questa disposizione minacciava di lasciare la piccola (epistola a) Filemone fuori al freddo, per non parlare delle Pastorali. Una volta che queste furono aggiunte, si sarebbero potute contare le epistole, senza destinatari e questo ha portato il totale a tredici con due per ciascuno a Corinti ed a Tessalonica. Quindi la necessità di rendere Ebrei una quattordicesima epistola di Paolo, risultando in due sette. Si sarebbe potuto attribuire altrettanto facilmente Ebrei ad Apollo o Clemente o Barnaba, come alcuni hanno fatto.

Traduzione da “Pre Nicene New Testament” di Robert M. Price

Bibliografia

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