AIDS: il fanatismo religioso come suo miglior amico

Nell’Africa sub-sahariana vive il 10 per cento della popolazione mondiale, di questi oltre il 60 per cento ha contratto il virus dell’HIV/AIDS (fonte dati Nazioni Unite). Il 90 per cento di questi sono in età lavorativa. Questi sono solo alcuni dati della diffusione del virus dell’AIDS, una malattia che non solo uccide, ma ha serie conseguenze sullo sviluppo delle popolazioni colpite a causa dell’isolamento che i malati subiscono anche sul lavoro che molto spesso gli viene interdetto anche se, pur affetti dal virus (sieropositivi), essi non hanno alcun sintomo e riescono quindi a lavorare perfettamente.

In molti casi l’isolamento è figlio della cattiva informazione e della “caccia all’untore” scatenata da certe credenze popolari fomentate da religiosi senza scrupoli che vedono nella malattia un segno divino tendente a punire i “peccatori”, siano essi omosessuali o semplicemente eterosessuali ma promiscui.

Non parliamo poi della campagna lanciata da molte confessioni contro l’uso del profilattico, l’unico mezzo realmente in grado di prevenire il contagio. Ci sono decine di editti religiosi (o fatwe per i musulmani) che vietano ai credenti l’uso del preservativo condannandoli così a un quasi certo contagio.

Queste campagne vivono grazie alla poca sensibilizzazione che c’è sul problema, una sensibilizzazione promossa dalle Nazioni Unite nel 2000 quando vennero dichiarati i millennium goals, ma mai realmente attuata in modo capillare. Noi temiamo che questo sia avvenuto proprio per non “irritare” alcune confessioni religiose, prima fra tutte quella cattolica.

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