Dieci Comandamenti – Modificati ad uso della Chiesa

La Chiesa sostiene che i Dieci Comandamenti sono la codifica della “legge naturale” e che, pur trattandosi di una legge comune a tutti gli uomini, e, quindi soggetta alla accettazione o meno e alla valutazione umana…., è comunque meglio interpretata dalla Chiesa non accecata da interessi, passioni, o oscurità mentali, più illuminata alla luce della rivelazione…

Per questo la gerarchia ecclesiastica si considera in diritto e in dovere di far sentire la propria voce su temi di “morale naturale” (Contraccezione, Vita sessuale, Divorzio, DICO, ecc.)

Da “Verità e menzogne della Chiesa Cattolica” di Pepe Rodriguez:

La Chiesa ha falsificato il Decalogo biblico, eliminando il secondo comandamento, che proibisce l’idolatria, per rendere più redditizio il culto alle immagini di Gesù, della Madonna e dei santi

Il secondo comandamento del Decalogo biblico dice: «Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù in cielo, né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a quelle cose e non le servirai. Perché io il Signore tuo Dio sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione per quanti mi odiano, ma usa misericordia fino a mille generazioni verso coloro che mi amano e osservano i miei comandamenti» (Dt 5, 8-10), e altrettanto si ordina in Fr 20, 4-6. Inoltre, in più di trenta passi delle Scritture Dio proibisce espressamente il culto delle immagini.

I Salmi sono categorici quando affermano che: «Il nostro Dio è nei cieli, egli opera tutto ciò che vuole. Gli idoli delle genti sono argento e oro, opera delle mani dell’uomo. Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono, hanno narici e non odorano. Hanno mani e non palpano, hanno piedi e non camminano; dalla gola non emettono suoni. Sia come loro chi li fabbrica e chiunque in essi confida». E il profeta Geremia non fu meno esplicito quando disse: «Sono [gli esseri divini rappresentati dalle immagini] allo stesso tempo stolti e testardi; vana la loro dottrina, [sono] come un legno. Argento battuto e laminato portato da Tarsìs e oro di Ofir, lavoro di artista e di mano di orafo, di porpora e di scarlatto è la loro veste: tutti lavori di abili artisti» (Ger 10, 8-9).

San Paolo, quando si è rivolto agli ateniesi, ferventi praticanti del culto alle immagini di divinità, non solo li ha avvertiti che «il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è signore del cielo e della terra, non dimora in templi costruiti dalle mani dell’uomo» (Atti 17, 24), ma ha anche aggiunto: «Essendo noi dunque stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all’oro, all’argento e alla pietra, che porti l’impronta dell’arte e dell’immaginazione umana. Dopo esser passato sopra ai tempi dell’ignoranza, ora Dio ordina a tutti gli uomini di tutti i luoghi di ravvedersi» (Atti 17, 28-30). Con un linguaggio più familiare anche san Giovanni dirà poi: «Fig1ioli, guardatevi dai falsi dei!» (I Gv 5, 21).

E’ forse necessario ricordare che l’insieme delle icone cattoliche sono l’espressione artistica fondamentale dell’occidente? O che tutte le chiese sono strapiene di immagini e di statue di esseri divini? O che il culto popolare delle immagini religiose è l’elemento più comune e conosciuto della cultura cattolica? O che la venerazione della Madonna è il fulcro intorno al quale ruotano le feste popolari di tutti i popoli della tradizione cattolica? O che portare in processione le immagini di Cristo, della Madonna o dei santi è un rito così radicato da essere ancora oggi attuale e ricco di significati? Come accade da secoli, nessuno, assolutamente nessuno, può immaginare la religione cattolica senza far riferimento alle migliaia di immagini cosiddette sacre.

Comunque, il punto fondamentale della questione è che gli stessi redattori della Bibbia definiscono la pratica di devozione al culto delle immagini come «stoltezza», “vanità” e «ignoranza» e lo stesso Dio dei cattolici le ha categoricamente proibite nel secondo comandamento… quello che, come abbiamo già visto, è stato eliminato dalla Chiesa senza alcuno scrupolo.

Di fronte all’evidenza critica delle stesse Scritture contro le pratiche cattoliche di culto alle immagini, sarà opportuno rivolgersi al magistero della Chiesa per conoscere la sua versione al riguardo. Possiamo così leggere l’autorevole criterio del Catechismo della Chiesa cattolica: “Fondandosi sul mistero del Verbo incarnato” il settimo Concilio ecumenico, a Nicea (nel 787), ha giustificato, contro gli iconoclasti, il culto delle icone: quelle di Cristo, ma anche quelle della Madre di Dio, degli angeli e di tutti i santi. Incarnandosi, il Figlio di Dio ha inaugurato una nuova economia delle immagini. Il culto cristiano delle immagini non è contrario al primo comandamento che proscrive gli idoli. In effetti, «l’onore reso ad un’immagine appartiene a chi vi è rappresentato” (san Basilio di Cesarea, Liber de Spiritu Sancto, 18, 45), e “chi venera l’immagine venera la realtà di chi in essa è riprodotto” (Concilio di Nicea 11: Denz-Schonm, 601; Concilio di Trento: ibid, 182 1-1825; Concilio Vaticano II: Sacrosanctum concilium 126; In Lumen gentium, 67). L’onore tributato alle sacre immagini è una venerazione rispettosa”, non un’adorazione che conviene solo a Dio. Gli atti di culto non sono rivolti alle immagini considerate in se stesse, ma in quanto servono a raffigurare il Dio incarnato. Ora, il moto che si volge all’immagine in quanto immagine, non si ferma su di essa, ma tende alla realtà che essa rappresenta (san Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, 11.-Il, 81, 3, ad 3)»8.

Dopo aver letto varie volte questa cattolica e ispirata opinione, è chiaro che nulla di tutto ciò ha il pur minimo peso per variare o ridurre la proibizione delle Scritture al culto delle immagini. Almeno se si ritiene che la parola di Dio, che si presume sia tutta la Bibbia, abbia — o debba avere — una considerazione più alta rispetto alla parola di alcuni vescovi (che la Chiesa, senza alcun ritegno, colloca al di sopra di Dio) riuniti per elaborare la dottrina. E così che, come minimo, si può dire che la Chiesa cattolica è formalmente idolatra.

Diciamo «formalmente idolatra» perché per l’indiavolata sottigliezza della teologia cattolica niente è esattamente quello che sembra. Benché gli atti formali della religiosità popolare cattolica — e quelli di molti sacerdoti — possano essere considerati manifestazioni obiettive di adorazione alla Madonna o ai santi, la dottrina ufficiale qualifica questi atti di “venerazione” e non di «adorazione». La Chiesa situa la Madonna nel posto più elevato del pantheon dei santi e perciò la fa creditrice della più alta venerazione9.

Su questo punto la dottrina ufficiale non cade nell’idolatria, ma basta chiedere a parroci e a fedeli cattolici praticanti se si deve «adorare» la Madonna in modo diverso o inferiore da come essi adorano Cristo o Dio, per avere, nella maggioranza dei casi, la stessa risposta: no!

La Chiesa cattolica, che conosce ciò perfettamente e non si prende la briga di chiarire al suo gregge la sottile differenza che separa la venerazione dall’adorazione, necessita di quel potere di suggestione suscitato dalle immagini per assicurarsi, ancora, i moltissimi introiti economici che l’adorazione di statue gli garantisce. Non si deve nemmeno dimenticare che, negli ultimi anni, molti teologi cattolici stanno pubblicamente denunciando la papalatria sorta principalmente — per opera dell’Opus Dei — intorno all’attuale papa Giovanni Paolo II 10. Dunque, anche se la Chiesa cattolica non è idolatra formalmente, lo è nella pratica11.

Se si ricorda il processo storico — politico-sociale prima che religioso — che si è concluso con la formazione della Chiesa cattolica nel seno dell’impero romano, forse si capirà meglio il cammino che portò l’antichissima pratica pagana dell’adorazione di immagini al cuore di questa versione del cristianesimo. Karlheinz Deschner ci fornisce una piccola traccia quando, in riferimento all’imperatore Costantino, scrive: «In quell’epoca in cui persino alcuni particolari individui acquistavano la categoria di semidèi, all’imperatore veniva riconosciuta una natura (quasi) divina, come indica la cerimonia della “proskynesis”: coloro che comparivano davanti a lui, dovevano prostrarsi con il volto a terra. Queste usanze furono introdotte dagli imperatori pagani prima di Nerone, che ostentò i titoli di Caesar, divus e soter, ovvero imperatore, dio e salvatore. Augusto si è fatto chiamare messia, salvatore e figlio di Dio, così come Cesare e Ottaviano, liberatori del mondo. Questo culto al sovrano ha esercitato una profonda influenza che si riflette nel Nuovo Testamento, con la divinizzazione della figura di Cristo. La Chiesa proibisce il culto all’imperatore, però riprende tutti i suoi riti, compresa la genuflessione e l’adorazione delle immagini; ricordiamo inoltre che l’immagine dell’imperatore coronato d’alloro era oggetto del culto popolare con ceri e incenso»12.

Oggi, quando si entra in un tempio cattolico e si osservano i fedeli, ci si può perfettamente rendere conto di quanto la Chiesa abbia dimenticato le parole del grande teologo Origene: «Se si riflette su ciò che è l’orazione forse non dovremmo pregare alcuno nato (da donna), nemmeno lo stesso Cristo, ma solo il Dio e Padre di Tutto»13.

Ma la straordinaria bellezza artistica e concettuale dell’arte cattolica non ci impedisce di notare che spesso le scene pittoriche riproducono la presunta immagine di Dio. Dal Dio spettacolare che crea il mondo, dipinto da Michelangelo nel 1508 nella Cappella Sistina, fino ai moderni murali dipinti da artisti anonimi nelle parrocchie di quartiere, sono infinite le immagini che rappresentano il Dio Padre, il Dio Figlio e lo Spirito Santo, come pure gli angeli e gli arcangeli più illustri.

Anche volendo dissimulare ciò che è ovvio, questa nuova iconografia divina ignora nel modo più assoluto il divieto del secondo comandamento del Decalogo quando ordina: «Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù in cielo…» È evidente che la normativa che la stessa Chiesa cattolica stabilisce nel paragrafo 2.079 del suo Catechismo — «Trasgredire un comandamento è infrangere tutta la Legge» — non è stata scritta per se stessa. La Chiesa cattolica è autorizzata a peccare contro Dio ignorando la sua Legge… non a caso è proprio la Chiesa ad aver monopolizzato la prerogativa di perdonare qualsiasi peccato.

Il profeta Geremia si è riferito alle usanze idolatre dei pagani — che adoravano con dignità e fede legittima le immagini delle loro divinità — accusandole di vanità, poiché “ciò che è il terrore dei popoli è un nulla, non è che un legno tagliato nel bosco, opera delle mani di chi lavora con l’ascia. È ornato di argento e di oro, è fissato con chiodi e con martelli, perché non si muova. Gli idoli sono come uno spauracchio in un campo di cocomeri, non sanno parlare, bisogna portarli, perché non camminano. Non temeteli, perché non fanno alcun male, come non è loro potere fare il bene» (Ger 10, 3-5).

È stato il sant’uomo Geremia, ispirato da Dio, non qualche ateo massone, a qualificare, dalle pagine della Bibbia, le immagini religiose come degli «spauracchi in un campo di cocomeri» e ad avvertire della loro inutilità — «perché non fanno alcun male, come non è loro potere fare il bene» — è così che non saremo noi a esautorare una così alta e qualificata opinione.

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Da notare che, tra l’altro i Dieci Comandamenti dicono: “non desiderare la donna d’altri”, ma non dice nulla sul “desiderare l’uomo d’altri”. I Comandamenti dicono anche “non desiderare la roba d’altri” ma non dicono nulla ai ricchi o a favore dei poveri..

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